La notizia è piombata nell’afosa giornata di ieri a metà mattinata, diffusa dai sindacati di polizia penitenziaria: un uomo si è tolto la vita all’interno della Casa Lavoro di Vasto. Un’altra vita spezzata dietro le sbarre, un’altra persona che non ha retto più.
«Sale così a 37 (più uno ammesso al lavoro all’esterno e un altro in una REMS) la tragica conta dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, cui bisogna aggiungere 3 operatori – sottolinea Gennarino De Fazio, Segretario Generale della UILPA Polizia Penitenziaria – Una strage infinita, sulla quale incide anche il caldo record di questi giorni, ma che è solo il detonatore di numerosissimi altri problemi atavici».
«Alla casa di lavoro abruzzese sono associati 103, fra detenuti e internati, certamente si connota per le voragini negli organici del Corpo di polizia penitenziaria, laddove su un fabbisogno di almeno 143 agenti ne risultano assegnati solo 69, dunque meno della metà – sottolinea De Fazio – Anche per questo, pare che l’articolazione per la tutela della salute mentale dov’era allocato il detenuto suicida molto spesso resti non presidiata. A questo si aggiungono altre difficoltà di natura organizzativa che investono pure l’area giuridico-pedagogica (i cc.dd. educatori) dei cui funzionari, fra l’altro, pare non sia garantita la costante presenza in tutti giorni della settimana».
«Qui ci sono cittadini come voi, lo sapete?» in occasione della presentazione del libro “Fuoriclasse – vent’anni di scuola di giornalismo Lelio Basso” (al cui interno tra le inchieste del libro c’è un reportage di Alessandro Leone sulle Case Lavoro) raccontò Giuseppina Rossi, funzionaria giuridico pedagogica della Casa Lavoro, di aver chiesto ad una scolaresca in visita ricevendo come reazione stupore da parte dei ragazzi. Dietro le sbarre, dietro le alte mura degli istituti penitenziari ci sono persone, vite. È banale, scontato, dovrebbe essere ovvio. Eppure così non è. Non è colpa di quei ragazzi perché questo dato, ovvio e scontato, viene cancellato quotidianamente dalla società intera. A partire da coloro che hanno responsabilità di governo e istituzionali per poi scendere lungo l’intera scala sociale.
Il suicidio dell’altra notte nella Casa Lavoro di Vasto non è il primo in Abruzzo, il quinto quest’anno.
Poco più di un anno fa nel carcere Castrogno di Teramo si suicidò, nel giorno del suo compleanno, Patrick Guarneri. Era entrato in quel carcere solo sei ore prima, era un ragazzo autistico le cui condizioni erano incompatibili – hanno denunciato alcune associazioni l’anno scorso – con quell’istituto penitenziario.
Le tragiche morti nelle carceri avvengono spesso nel silenzio più totale, nell’indifferenza di questa asocietà. Girare la testa dall’altro, tranne quando si devono vomitare e sputare sentenze su quel che non si conosce, giudicare e scaricarsi la coscienza. Lo vediamo costantemente, sui social e non solo, nelle invocazioni a buttare la chiave, ad attaccare ed insultare ogni tentativo di tutelare i diritti dei detenuti, fosse anche quello alla salute e a cure vitali, o in episodi piccoli e grandi nazionali e locali.
Ieri, dopo che la notizia è stata pubblicata dalla stampa locale, su facebook c’è chi ha esultato («uno di meno» è stato il commento più gettonato) e ha scritto che di chi vive dietro le sbarre bisogna fregarsene (eco dell’antico «Me ne frego»?) perché non meriterebbero nessuna considerazione e ci si deve preoccupare solo e soltanto di altri, che occuparsi di loro toglierebbe diritti e considerazione sociale ad altri più meritevoli. Personaggi che quando si tratta di lottare realmente per i diritti negati, per la sanità pubblica o altro, non vedremo mai. Più facile spacciare come minaccia ai diritti non la realtà ma persone che non si possono difendere. Esultare per una morte, perché una persona si è tolta la vita è un atto così barbaro e disumano che si commenta da solo.
È stato scritto, da “autorevoli” personaggi, relativamente a pagine tragiche e importanti della storia repubblicana che una persona ex imputata non avrebbe diritto di parola. E a Casalbordino voci su “notizie” (su cui abbiamo cercato riscontri trovandoli solo parzialmente e anche a parziale smentita di quanto diffuso) che hanno colpito l’attenzione perché al centro “ex detenuti” che provocherebbero allarme sociale e un clima di insicurezza. La cronaca è piena, da decenni, di notizie reali, gravi, accertate su cui prevalgono indifferenza se non peggio. Ma nel momento in cui al centro ci sarebbe un “ex detenuto” si scatena la canea. Da notare poi che “ex detenuto” significa tutto e il contrario di tutto, anche una persona che è stata arrestata e poi prosciolta da ogni accusa decenni fa sarebbe un “ex detenuto”. E chi ha vissuto o vive detenzione o altri provvedimenti restrittivi è una persona come tutti, un cittadino con gli stessi diritti degli altri. Ci sarebbero poi la “Costituzione più bella del mondo” e i principi basilari della civiltà umana che stabiliscono principi ben precisi. È ipocrita e falso celebrare la Costituzione, bearsi di essere un Paese civile (cosa che troppo spesso non è) e poi pretendere l’opposto. Nascondendosi pavidi e vigliacchi quando c’è da denunciare e prendere posizione contro le alte sfere della politica e non solo che calpestano diritti, che impediscono un funzionamento decente degli ospedali e dell’amministrazione penitenziaria, dei servizi sociali e di ogni aspetto della società o contro “colletti bianchi” e pre-potenti. Per poi scaricare su persone più deboli, che non si possono difendere, che sono disprezzati perché non sono figli di una società che si definisca santa e cattolica ma il Sinedrio a confronto era composto di dilettanti come ipocrisia, perbenismo e benpensantismo.




