«Lode del dubbio Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate serenamente e con rispetto chi come moneta infida pesa la vostra parola! Vorrei che foste accorti, che non deste con troppa fiducia la vostra parola» (Bertolt Brecht)
In dittatura non si può pensare, si deve obbedire alla Verità di regime, intrupparsi, irregimentarsi, seguire fedeli il Capo, chinarsi. Porre domande sgretola alle fondamenta ogni dittatura, ogni tirannia, ogni violenta consorteria di Potere.
Il dubbio, il porsi domande, interrogativi, dubbi, cercare, scavare, approfondire è nemico delle dittature.
E delle mafie.
Perché chi pone domande scomode, chi non si accontenta mai di verità preconfezionate e cerca, scava, approfondisce, studia dà fastidio al Potere. La prima lotta alle mafie, o comunque tra le prime, è non essere mai pecora di un gregge, non fermarsi mai a ripetere come pappagalli pacchetti pronti calati dall’alto. L’Italia è un Paese senza memoria che equivale a dire senza Storia scrisse Pasolini. E di memorie cancellate, “dimenticate”, l’etere italico è pieno, zeppo, infestato ad ogni livello. Sono spariti dall’orizzonte decenni di morti, di guerre di mafie, di sacchi edilizi e anni in cui le mafie sono entrate in Borsa (Giovanni Falcone dixit) e nelle amministrazioni pubbliche, avvelenando interi territori con rifiuti di ogni tipo, divorando il bene pubblico appropriandosi di appalti di ogni tipo, manovrando politici e imprenditori. Cosa Nostra, ma non solo, di fatto è quel che lor signori hanno detto e realizzato di larga parte di questo Paese. Ma nel Paese senza memoria, e quindi senza Storia, il passato viene tagliato e cucito a piacere di narrazioni.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati usati, ad ogni livello, come paraventi per passerelle, bignami e meme di frasi da cacciare dal cilindro all’occorrenza. Uno dei (tanti) temi è quello dei “collaboratori di giustizia”, diventati strumento da difendere o da condannare a seconda del momento e dell’interesse particolare. Falcone nulla c’entra con tutto questo ma viene sfruttato. Il magistrato assassinato a Capaci disse che bisognava seguire i soldi, per esempio, ma quella intuizione troppo spesso viene oggi sminuita, dimenticata, abbandonata. Perché ci si dovrebbe porre domande scomode, arrivare a determinati livelli (reali ed esistenti al contrario di altri).
Ha destato polemiche l’ultima decisione sulla libertà di Giovanni Brusca, “collaboratore di giustizia” che per alcuni avrebbe premuto il pulsante del telecomando della strage di Capaci o forse no, dipende dalle fasi lunari forse. Le polemiche hanno investito il passato ultratrentennale ma nulla è stato detto sul dopo. Eppure di domande ce ne sarebbero da porre tante. Su Giovanni Brusca ma non solo. Sono i fatti e solo e soltanto i fatti ad essere realmente pericolosi, a svelare cosa c’è dietro il velo di Maya e arrivare alle leve mafiose, a pupari vecchi e nuovi che fanno si che le mafie oggi sono ancora potenti, presenti, manovrano, tramano, inquinano, devastano, depistano l’economia legale e la politica verso i loro interessi. La Procura Nazionale Antimafia ormai quasi dieci anni fa sottolineava il salto di qualità, per esempio, di quelle che non si dovrebbero chiamare più ecomafie perché il termine è ormai riduttivo. Comportarsi di conseguenza dovrebbe essere obbligo ma nel Paese senza memoria, e quindi senza Storia, in cui l’antimafia nobile e coraggiosa è spesso solo lontano ricordo sostituita da squallide consorterie, cerchi magici, centrali di dossieraggio, carriere in nome di vangeli intoccabili così non è stato.
Nell’antimafia eretica, quella che non segue tutto questo, c’è TeleJato. Messa al bando dopo l’inchiesta che aveva travolto Pino Maniaci. Smontata pezzo pezzo. Mentre la zarina Saguto, a cui tanti erano vicini (come lo erano a Montante), creava imbarazzi, giustificazionismi, riduzionismi. La Storia ha mostrato dove erano i fatti ma scusa e ammende, cambi di rotta e riflessioni su certa “antimafia” non è mai venuta. Anzi certi sistemi e cordate si son persino consolidati.
Roberto Disma e Sara Cozzi hanno svolto la pratica giornalistica presso TeleJato e, come giornalismo vuole, hanno studiato, approfondito, posto domande, documentato. Non si sono fermati alle narrazioni su Brusca, non hanno ripetuto nessuna “verità preconfezionata”, anzi. Frutto del loro lavoro è il documentario “Una Brusca faccenda” per Lamia Inchieste, inchiesta su quello che neanche l’antimafia “ufficiale” e di grido ha mai cercato. Loro l’hanno, invece, trovato.
«Giovanni Brusca è libero. Le autorità competenti mantengo alta l’attenzione, forse per il sospetto di un patrimonio che non sarebbe stato scalfito negli anni. Sono ancora molti gli interrogativi che ruotano intorno alla sua figura, al suo pentimento e alle possibili ramificazioni odierne con il tessuto imprenditoriale e istituzionale. Mentre finiva di scontare la pena, alcuni suoi parenti hanno goduto di un rapido successo imprenditoriale nel settore alberghiero, col benestare della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo. Perché il percorso di collaborazione di Giovanni Brusca è considerato controverso? Quali fatti che lo riguardano sono ancora rimasti in sospeso? Perché dei professionisti hanno riscontrato anomalie nei recenti sviluppi imprenditoriali dei suoi parenti, nonostante una costante presenza dello Stato in questi affari? Un’inchiesta che, tra passato e presente, cerca risposte e pone nuove domande. Una produzione Lamia (2025)».





