C’è un punto cieco in ogni stagione geopolitica: quando i riflettori virano a est, qualcuno muove le pedine a sud. Oggi la narrativa internazionale parla di “segnali” sul dossier ucraino: ipotesi di cessate il fuoco, garanzie di sicurezza, scenari d’intesa che appaiono e svaniscono come miraggi nel deserto della realpolitik. Sullo sfondo, però, c’è Gaza, dove l’emergenza umanitaria si misura in macerie, sfollati, fame e ostaggi ancora prigionieri di Hamas. Il risultato? Un pendolo dell’attenzione che oscilla, lasciando scie di dolore fuori fuoco.
La premessa è nota. Dal 2008, il vertice di Bucarest ha lasciato aperta la porta della NATO all’Ucraina (“diventeranno membri”), senza calendario. A Vilnius quella porta è stata ribadita, ancora senza invito formale. Mosca ha letto e legge questa ambiguità come minaccia esistenziale. L’invasione del 2022 ha trasformato l’ambiguità in guerra. Oggi, tra tavoli informali e diplomatici iperattivi, l’accordo resta un sentiero ripidissimo: confini, status, garanzie e il nodo strategico delle basi e delle armi occidentali sono tutto fuorché dettagli.
Intanto, sul fronte palestinese, il 7 ottobre ha segnato una frattura. Il blackout dell’intelligence israeliana, compreso il Mossad, non è più un tabù: warning ignorati, sottovalutazione della minaccia, errori di lettura. Una domanda serpeggia – era “imprevedibile”? – ma un dato resta fermo: non esistono prove pubbliche che accreditino l’idea di un “lasciar fare” deliberato o di dispositivi consegnati ai leader di Hamas per attivarli “a comando”. Quella è narrativa, non evidenza. E se il giornalismo deve qualcosa alla verità, è la differenza tra correlazione e causalità.
Sul terreno, Gaza è un labirinto di diritto internazionale e sangue. Le accuse di genocidio sono al centro del dibattito globale: la Corte internazionale di giustizia ha imposto misure provvisorie a tutela dei civili, mentre la Relatrice speciale Francesca Albanese ha sostenuto, nel suo rapporto, l’esistenza di “ragionevoli motivi” per configurare atti di genocidio. Israele respinge con forza. In mezzo, milioni di persone senza via d’uscita, con gli aiuti umanitari a singhiozzo e un tasso di distruzione che schiaccia scuole, ospedali, infrastrutture essenziali.
C’è poi il profilo che nessuno ama confessare: gli interessi economici. Ogni guerra ha i suoi hub materiali: risorse, cantieri, ricostruzioni future. Nel caso palestinese, il giacimento Gaza Marine è più di una riga in un documento: è un promemoria concreto che, dove c’è energia, c’è potere. Sarebbe ingenuo negarlo; sarebbe disonesto trasformarlo, senza prove, nel motore unico del conflitto. I gruppi di pressione esistono, operano in più capitali, spingono dossier. Ma il meccanismo non si riduce a un burattinaio onnipotente: è un ecosistema di leve che si muovono assieme, a volte in armonia, spesso in attrito.
Arriviamo al sospetto. L’idea che la guerra in Ucraina abbia anche la funzione di saturare l’arena mediatica mentre in Palestina prosegue la pulizia etnica è una domanda legittima; trasformarla in sentenza è un salto nel buio. L’agenda setting è reale: l’attenzione globale è una risorsa scarsa e contendibile. La distrazione strategica pure: gli attori statuali usano un tavolo per condizionarne un altro. Ma confondere tattica e teoria del complotto è il modo più rapido per regalare credibilità a chi la verità la teme davvero.
Cosa ci aspetta, allora? Nel dossier ucraino, capiremo presto se i “segnali” si tradurranno in negoziati con contenuti verificabili – e quali. Nel dossier gazan, sarà decisivo il binario umanitario-giuridico: accesso agli aiuti, protezione dei civili, evoluzione delle misure ICJ, eventuali tregue mediate da attori regionali (Egitto, Qatar) e la sorte degli ostaggi. In filigrana, la grande domanda europea: accettare di essere platea o tornare regia del proprio destino, tra sicurezza, energia, autonomia strategica.
La conclusione non consola, ma chiarisce: la storia non offre verità monolitiche, offre tracce. Il mestiere è seguirle tutte, soprattutto quelle che non fanno rumore. Guardiamo dove ci indicano di guardare, certo. Ma teniamo fisso un occhio su ciò che sparisce dalla cornice. È lì che, spesso, si decide il domani.




