Ci sono uomini che parlano per svegliare. Antonino Caponnetto era uno di questi. Quando prendeva la parola davanti ai ragazzi non faceva prediche, ma lanciava ponti tra ciò che eravamo e ciò che avremmo potuto diventare.
“Riappropriatevi del vostro passato: del vostro passato di cultura e di civiltà. E fatelo diventare avvenire”,
diceva. E in quelle parole c’era già tutto: memoria, responsabilità, futuro. Oggi, però, viene da chiedersi se quel passato lo stiamo ancora riconoscendo o se lo stiamo lasciando scivolare via come una fotografia sbiadita.
Caponnetto è morto a Firenze il 6 dicembre 2002, dopo una lunga malattia. Aveva 82 anni. Ma la sua vera età era quella del coraggio. Nel 1983, dopo l’assassinio di Rocco Chinnici, poteva restare a Firenze, al riparo. Poteva difendersi. Poteva scegliere la prudenza. Scelse Palermo. Scelse il luogo più esposto. Scelse di guardare in faccia il potere mafioso nel momento in cui faceva più paura. Lo fece perché sentiva che quello era il punto esatto in cui lo Stato doveva smettere di arretrare.
A Palermo nacque qualcosa che oggi appare quasi irreale: uno Stato che decide di stare unito contro la mafia, senza solisti, senza personalismi. Attorno a Caponnetto c’erano Falcone e Borsellino, e con loro altri magistrati che lavoravano sapendo che ogni giorno poteva essere l’ultimo.
Il Maxiprocesso fu il momento in cui la mafia capì che poteva essere processata come un’intera organizzazione criminale e non più come una somma di delitti sparsi. Fu uno squarcio nella storia. Un colpo diretto al mito dell’invincibilità.
Oggi la mafia non sempre uccide con il tritolo. Oggi investe, siede ai tavoli, stringe mani, entra nei salotti giusti. Oggi l’illegalità spesso non fa rumore, e proprio per questo è più difficile da riconoscere. Allora il nemico era visibile. Oggi si mimetizza. Allora il confine era netto. Oggi la zona grigia è diventata infinita.
Quando Caponnetto, lasciata la magistratura, scelse le scuole, fece un’altra scelta di frontiera. Entrava nelle aule e diceva: “La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”.
Una verità semplice e spietata. Oggi, invece, la scuola è spesso lasciata sola, compressa, impoverita, mentre la criminalità si aggiorna, studia, si raffina. Oggi la cultura viene trattata come un lusso. Per lui era una necessità vitale.
Ai ragazzi Caponnetto parlava di vita, non solo di morte. “Godetevi la vita, innamoratevi, siate felici”, diceva. Ma subito dopo affondava il colpo: “Diventate partigiani di questa nuova Resistenza, la Resistenza dei valori, la Resistenza degli ideali”. Oggi la parola “Resistenza” sembra lontana, quasi ingombrante. Oggi si preferisce parlare di adattamento, di equilibrio, di convenienza.
Ma senza Resistenza non esiste libertà. Esiste solo sopravvivenza.
Caponnetto chiedeva una cosa che oggi spaventa più di ieri: “Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli”. Oggi la paura non nasce solo dal rischio fisico. Nasce dall’isolamento, dalle querele temerarie, dalla diffamazione, dal silenzio che cala intorno a chi parla troppo. Allora chi denunciava rischiava di morire. Oggi spesso rischia di essere cancellato.
Eppure lui insisteva: “State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi”. Alla fine Caponnetto lasciava sempre ai giovani la stessa consegna: “L’avvenire è nelle vostre mani. Ricordatelo sempre”. Oggi quelle mani tremano più di ieri. Tremano per la precarietà, per l’incertezza, per la solitudine. Tremano perché il mondo che trovano non assomiglia a quello che Caponnetto aveva immaginato per loro. Un mondo dove i valori fanno fatica a prevalere sui disvalori dell’illegalità, della criminalità affaristica, della politica senza etica.
Antonino Caponnetto non è morto davvero nel dicembre del 2002. Muore ogni volta che un ragazzo pensa che denunciare non serva a nulla. Vive ogni volta che qualcuno decide di non girarsi dall’altra parte.
Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa





