“Questo territorio non è esente dalle mafie”
C’è stato un momento, durante la presentazione del libro di Paolo De Chiara all’interno della quarta edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, in cui l’Aula magna del liceo cremonese è diventata un luogo diverso: non più solo una scuola, ma una piazza civile. È accaduto quando il sindaco Andrea Virgilio ha preso la parola.
Ha detto ciò che altri evitano persino di pensare: “anche questo territorio è attraversato da infiltrazioni mafiose, da dinamiche oscure che pretendono anticorpi forti e istituzioni all’altezza”. Una verità limpida, pronunciata davanti agli studenti. Perché è lì, nelle menti giovani, che si costruisce la prima trincea di legalità. Virgilio ha intrecciato il tema della legalità con quello della cittadinanza attiva. Non basta la legge scritta: servono comunità vive, associazioni che respirano, cittadini che vigilano e partecipano.
Ha ricordato che anche le istituzioni devono difendersi, proteggersi, attrezzarsi. Perché la mafia non entra solo nei quartieri: entra nei vuoti, nelle fragilità, nelle procedure opache, nei silenzi. È un richiamo diretto ai territori del Nord, a quelle zone dove si continua a ripetere la favola della mafia “lontana”, mentre gli atti giudiziari e le commissioni parlamentari raccontano tutt’altro.
Violenza contro le donne: la radice antica di un dominio
Poi, il sindaco ha aperto un capitolo che ha attraversato l’aria come una fenditura: la violenza contro le donne. Una violenza che non nasce nel presente, ma in secoli di cultura patriarcale che ha definito chi possiede e chi deve essere posseduta. Ha parlato dello jus corrigendi, del diritto maschile a “correggere” la moglie, dei codici civili che hanno separato gli uomini nello spazio pubblico e le donne nella prigionia del privato.
Ha detto che quando oggi un uomo uccide la compagna, non è “un raptus”, non è “troppo amore”, ma possesso ferito. Dominio messo in discussione. Paura della libertà altrui. Una lettura lucida, profonda, necessaria.
La storia di Lea Garofalo come specchio del Paese
E poi è arrivata lei. Lea Garofalo. Il sindaco l’ha descritta come una donna cresciuta nella violenza mafiosa, dentro un mondo dove gli uomini comandano e le donne tacciono. Ma Lea non si è piegata. Ha scelto di collaborare con la giustizia. Ha rotto un destino scritto da altri. E quella scelta non è solo personale. È politica. È un atto di libertà che scardina un ordine criminale e patriarcale.
Per questo la mafia l’ha uccisa: non per ciò che sapeva, ma per ciò che rappresentava. Una donna fuori dal suo “posto”. Una donna libera.
Una madre che sfida il clan: la rivoluzione di un amore più grande della paura
Nel discorso del sindaco, la maternità non è retorica. È motore narrativo, leva morale, detonatore del cambiamento. Lea affronta solitudine, precarietà, revoche del programma di protezione, paura costante, città dopo città. Eppure va avanti, perché vuole salvare sua figlia Denise dalla logica mafiosa. Vuole che cresca in un mondo dove l’amore non coincide col controllo.
È una pagina struggente, quella evocata da Virgilio, ma anche luminosa: la pagina di una donna che decide di spezzare la catena, qualunque prezzo debba pagare.
Lo Stato tra meriti e mancanze
Il sindaco non si nasconde. Dice che lo Stato c’è stato, ma non abbastanza. Che il programma di protezione dà sicurezza, ma anche solitudine. Che ancora troppo spesso sono le donne maltrattate a dover fuggire, non i violenti a essere allontanati. E nel caso di Lea, l’assenza istituzionale ha avuto il volto tragico dell’irreparabile.
È una denuncia netta. Una richiesta di responsabilità, lanciata da un sindaco davanti ai ragazzi del suo territorio.
Proteggere chi denuncia: una sfida politica e morale
Virgilio incalza: come Stato, quanto siamo capaci di proteggere chi rompe il silenzio?
Come società civile, quanto siamo capaci di accogliere chi fugge da contesti mafiosi?
Come Paese, siamo davvero pronti a riconoscere la libertà femminile non come minaccia, ma come fondamento democratico?
Domande che non ammettono fuga.
Educazione civica vera: storie che diventano anticorpi
Il sindaco chiude riportando tutto alle scuole. Leggere Lea Garofalo, ascoltare la sua storia, è educazione civica concreta, non burocratica. È costruire anticorpi. È imparare che la legalità non è una materia, ma un gesto quotidiano. Una scelta. Ringrazia gli studenti, gli insegnanti, chi organizza il Premio.
E ricordiamolo: tutto nasce all’interno della 4ª edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo, evento che porta luce dove troppo spesso si preferisce la penombra.
L’intervento di Andrea Virgilio ha avuto la forza dei discorsi che non cercano applausi, ma coscienze. Ha intrecciato mafie, patriarcato, storia, legalità, responsabilità istituzionale, maternità e coraggio. Ha mostrato che Cremona non vuole essere neutrale.
Che il Premio Lea Garofalo non è una cerimonia, ma un impegno. Che la storia di Lea non è un monumento immobile, ma una domanda che brucia: “che cosa siamo disposti a fare per proteggere chi sceglie la libertà?”
E questa domanda, oggi, non riguarda solo Lea. Riguarda noi. Tutti noi.
Sconfitta la mafia? No, Procuratore: questa è una favola pericolosa
Non siamo qui per essere “cauti”: siamo qui per dire la verità





