Una riforma che entra nel cuore della Costituzione
Non è una modifica qualunque, non è un aggiustamento tecnico: la riforma costituzionale della magistratura va a toccare l’architettura della Costituzione italiana. Il disegno di legge costituzionale dal titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025, ridisegna l’assetto della magistratura, l’autogoverno dei giudici e dei pubblici ministeri, i meccanismi di responsabilità disciplinare.
Non avendo ottenuto la maggioranza dei due terzi in Parlamento, la legge dovrà passare al vaglio dei cittadini con un referendum costituzionale confermativo. E qui c’è un punto decisivo: non è previsto alcun quorum. Basterà chi va a votare per decidere se la riforma entrerà in vigore o no.
È una riforma della giustizia o l’avvio di un processo di smantellamento della Costituzione?
Il Movimento Agende Rosse, Rita Atria, di Reggio Emilia e Provincia promuove un incontro pubblico aperto alla cittadinanza per fare chiarezza su cosa cambia davvero con questa riforma: sabato 13 dicembre, ore 16:15 presso la Casa di Quartiere “L. Spallanzani”, via Arturo Toscanini 20, Reggio Emilia.
L’obiettivo è semplice e urgente: creare uno spazio di confronto vero, in un momento storico segnato da sfiducia e semplificazioni tossiche. Quando si tocca la Carta costituzionale, non bastano tre slogan in TV: servono informazioni, strumenti, domande scomode.
I punti chiave della riforma: cosa cambia davvero
L’incontro di Reggio Emilia servirà anche a spiegare, con linguaggio comprensibile, i nodi principali della riforma. Tra questi:
1. Separazione delle carriere
La riforma interviene sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. Oggi esiste già una distinzione di funzioni, ma nel corso della carriera un magistrato può, entro limiti precisi, passare da giudicante a requirente o viceversa. Con la riforma, questa possibilità viene drasticamente ridotta: si punta a costruire due percorsi separati e rigidi, uno per chi giudica e uno per chi esercita l’azione penale.
La domanda politica e costituzionale è: questa separazione rafforza l’imparzialità e la terzietà del giudice, oppure apre la strada a un pubblico ministero più esposto al potere esecutivo?
2. Due Consigli Superiori della Magistratura
L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) verrebbe spezzato in due: un CSM per i magistrati giudicanti, un CSM per i magistrati requirenti. Entrambi resterebbero formalmente presieduti dal Presidente della Repubblica, ma cambiano composizione e meccanismi di selezione. Entra in gioco il sorteggio da elenchi di magistrati e di “laici” predisposti, con un ruolo sempre più invasivo del Parlamento e quindi della politica.
Qui il nodo è evidente: si riduce il peso delle correnti interne alla magistratura o si spalanca lo spazio per un controllo politico più diretto, a monte, su chi siede negli organi di autogoverno?
3. Istituzione dell’Alta Corte disciplinare
La riforma introduce una Alta Corte disciplinare specifica per le questioni disciplinari dei magistrati. Sarà un organo autonomo, distinto dai CSM, con una composizione mista (magistrati e membri laici) e poteri forti sulla carriera e la responsabilità delle toghe.
Ecco una necessaria domanda: è un ulteriore strumento di garanzia per i cittadini o rischia di diventare un “tribunale politico” sulle toghe scomode? Riforma della giustizia o concentrazione dei poteri?
Il cuore dell’iniziativa sta tutto qui: è davvero una riforma per una giustizia “più giusta” o siamo davanti a un processo di concentrazione dei poteri?
Il timore espresso è che, dietro la retorica della “giustizia efficiente” e della “fine del potere delle correnti”, si stia lavorando a una magistratura più controllabile, un pubblico ministero meno autonomo, una giurisdizione meno capace di toccare i poteri forti, la corruzione, le mafie, le deviate relazioni tra politica, affari e criminalità.
In un Paese dove i grandi processi di criminalità organizzata e corruzione hanno spesso incontrato ostacoli, delegittimazioni, campagne mediatiche contro i magistrati, il rischio che questa riforma diventi l’ennesimo passo verso una giustizia addomesticata non è fantasia complottista: è una possibilità concreta.
I relatori: dalla trincea dei processi all’analisi delle regole
Per affrontare un tema così complesso, l’incontro di Reggio Emilia vedrà la partecipazione di due relatori di peso:
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Francesco Maria Caruso, Presidente e Giudice del processo Aemilia, uno dei più grandi procedimenti contro la ’ndrangheta al Nord.
La sua esperienza diretta dentro le aule di giustizia porta uno sguardo concreto: cosa significa, sul piano operativo, avere una magistratura più o meno libera? -
Mjtia Gialuz, professore ordinario di diritto processuale penale all’Università di Genova, studioso che da anni analizza il processo penale, l’equilibrio tra accusa, difesa e giudice, e gli effetti reali delle riforme sul sistema.
A differenza dei referendum abrogativi, questo referendum costituzionale non prevede quorum.
Non serve raggiungere il 50%+1 degli aventi diritto al voto. È uno di quei casi in cui astenersi non significa “non scegliere”: significa lasciare che altri scelgano al posto nostro.
Il Movimento Agende Rosse nasce dalla memoria delle stragi, dalla richiesta di verità e giustizia. Mettere al centro la riforma della magistratura significa: difendere il principio di separazione dei poteri, vigilare su ogni tentativo di indebolire l’indipendenza della giurisdizione, ricordare che senza magistrati liberi, nessuna lotta a mafie, corruzione e abusi di potere è davvero concreta.
Non si difendono “le toghe” per corporativismo, si difende il diritto di ogni cittadino a una giustizia non piegata al volere del governo di turno.




