La nota dello Studio Legale Ingroia parte da un dato che, in uno Stato di diritto, dovrebbe chiudere la questione e aprire una stagione di rispetto: la Cassazione ha riconosciuto il legittimo esercizio del diritto di critica nella causa intentata da Fininvest contro il libro “Io so”. E non solo: sempre secondo la nota, Fininvest è stata condannata anche al pagamento delle spese.
Eppure, spiega lo Studio, la macchina non si ferma. La parola, anche quando viene “assolta”, continua a essere trattata come colpa. Il bersaglio non è soltanto un autore: è l’idea stessa che si possano raccontare verità scomode senza pagare un pedaggio.
È in questo quadro che la nota segnala “l’ultimo episodio”: la citazione per danni preannunciata contro Antonio Ingroia per il suo ultimo libro “Traditi”, scritto con Massimo Giletti.
“Traditi” e la citazione per danni: cosa dice la nota dello Studio Legale Ingroia
Nella nota, lo Studio Legale Ingroia chiarisce che in “Traditi” non si fa altro che “rammentare” una verità già emersa e persino richiamata in una sentenza: la decisione di abbandonare l’osservazione del covo di Totò Riina dopo l’arresto, senza procedere alla perquisizione e senza comunicarla alla Procura di Palermo.
Secondo quanto riportato dalla nota, il Tribunale di Palermo – pur assolvendo gli imputati – avrebbe affermato che tale condotta era “certamente idonea” a far insorgere una responsabilità disciplinare, anche se ritenuta “equivoca” ai fini della responsabilità penale.
È un passaggio centrale della nota: non una “fantasia” narrativa, ma la descrizione di una condotta che, anche nell’assoluzione, resta una zona opaca. Una decisione che non smette di fare rumore.
Covo di Riina, omissioni e “trattativa”: la ricostruzione contenuta nella nota
La nota dello Studio Legale Ingroia va oltre: sostiene che ciò che nel 2006 veniva ritenuto “non provato” sarebbe stato provato negli anni successivi, richiamando le due sentenze di condanna nel processo cosiddetto “Trattativa”, con una ricostruzione dei fatti che – sempre secondo la nota – la Cassazione avrebbe confermato nella ricostruzione, pur non nelle conclusioni in diritto.
Ed è qui che la nota entra nel dettaglio, citando passaggi di motivazioni che leggono le omissioni attorno al covo come parte di un quadro più ampio.
La sentenza del 20 aprile 2018: “omissioni s’inquadrano” nel contesto
La nota richiama la sentenza della Corte d’Assise di Palermo del 20 aprile 2018, evidenziando – come riportato – che “le sconcertanti omissioni” successive all’arresto di Riina si collocherebbero nel contesto di condotte dirette a preservare interlocuzioni con i vertici mafiosi già avviate nei mesi precedenti.
La sentenza d’appello del 23 settembre 2021: il segnale verso la “componente moderata”
La nota richiama anche la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Palermo del 23 settembre 2021, sottolineando un punto: la mancata perquisizione avrebbe potuto essere un segnale non rivolto a Riina, ma a una componente “moderata” di Cosa Nostra, quella che avrebbe potuto cogliere il significato di un gesto rassicurante, compatibile – sempre secondo la nota – con l’obiettivo parallelo di catturare Riina.
La nota utilizza parole durissime, riportandole: “la testa di Riina venne servita (quasi) su un piatto d’argento”. E insiste sul ruolo del canale di comunicazione, sul messaggio di “dialogo” e sullo scambio implicito: neutralizzare la minaccia stragista colpendo l’ala dura, garantendo però un “occhio di riguardo” a chi fosse disponibile a cooperare.
La domanda della nota, esplicita, quasi tagliente, è: c’è bisogno di aggiungere altro? Per lo Studio Legale Ingroia, la risposta è no. Perché la sostanza è già tutta lì: nelle carte, nelle motivazioni, nella lenta emersione della verità in un Paese che spesso preferisce l’amnesia alla complessità.
E la chiusa della nota è una dichiarazione di metodo e di resistenza: la verità è lenta, tarda ad arrivare, perché ha tanti nemici, specie quando è difficile e stratificata. Ma, conclude, alla fine trionfa.
Che poi, detta senza retorica, significa questo: puoi provare a spaventare chi scrive, puoi provare a farlo pagare, puoi trasformare la parola in un costo. Ma se la parola poggia sulle carte e sulle ricostruzioni processuali, non la cancelli: la rimandi soltanto. E rimandare la verità non è innocuo: è un modo elegante di farle perdere tempo. E al Paese, di far perdere memoria.





