Campobasso, 14 dicembre 2025: in pieno centro, davanti al Municipio, mentre la gente pattina e la piazza è piena, dagli altoparlanti parte “Faccetta nera”. Per quasi un minuto. Sessanta secondi di vergogna pubblica. Un simbolo orrendo del fascismo che irrompe in un evento natalizio come se la storia fosse un file qualunque dentro una playlist. E in quell’istante la città capisce una cosa semplice e brutale: non è “solo musica”, è responsabilità che manca.
Non una “canzone” qualsiasi. Ma un pezzo di propaganda, un reperto ideologico del fascismo che non dovrebbe avere cittadinanza nel sottofondo di un evento pubblico.
La scusa della playlist automatica: l’alibi perfetto per non decidere mai
“Partita da una playlist automatica”. Traduzione: è colpa dell’algoritmo. Molto comodo, perché l’algoritmo non si dimette, non risponde, non ha coscienza e non vota. Ma qui non siamo davanti a un disguido neutro. Ci troviamo di fronte a un contenuto che ha un peso storico e politico enorme e che, in un Paese serio, sarebbe inimmaginabile sentire in uno spazio pubblico.
E se nessuno “si è accorto” del contenuto, durato sessanta secondi, c’è un’altra domanda: chi controlla l’audio? chi supervisiona? chi ha la responsabilità operativa? Lo spazio pubblico non è un esperimento sociale.
Certi episodi sono un termometro, misurano la temperatura della nostra attenzione civile. Se una canzone simbolo del fascismo può “scivolare” in piazza significa che abbiamo abbassato la guardia. Ma la storia non funziona a intenzioni. Funziona a fatti, simboli, responsabilità. E i simboli, soprattutto in Italia, non sono mai innocenti.
Le scuse sono il minimo sindacale, ma serve di più: serve dire esplicitamente che in uno spazio pubblico, durante una manifestazione natalizia, simboli del fascismo non devono passare. Punto. La democrazia è anche cura quotidiana dei luoghi e dei messaggi. E se non riesci a controllare la musica in piazza, figurati il resto.
Campobasso merita un Natale con le luci, non con gli spettri.






