C’è un’immagine che resta appiccicata addosso: una tenda piantata davanti all’ospedale “Veneziale” di Isernia. Un gesto semplice. Ma proprio per questo impossibile da ignorare. Il sindaco di Isernia, Piero Castrataro, mette in scena quello che da anni molti provano a dire e troppi fingono di non vedere: la sanità pubblica in Molise non sta “attraversando una fase difficile”. Sta venendo smontata pezzo dopo pezzo.
Ne parliamo con Lucio Pastore, medico del Pronto Soccorso di Isernia, da anni in prima linea nella battaglia per la tutela del servizio pubblico. Ne viene fuori un quadro netto: mancanza di personale, reparti al lumicino, servizi che si sfilacciano, cittadini costretti a peregrinare e un privato convenzionato che cresce alimentandosi dallo stesso fondo che dovrebbe tenere in piedi il pubblico.
E sullo sfondo, come in una metafora che brucia lenta: la rana bollita. Non ancora morta, ma stordita dal calore.
Dottor Pastore, partiamo dalla tenda davanti al “Veneziale”: come giudica l’azione del sindaco di Isernia?
La considero un’azione più che meritevole. È “traumatica” nel senso buono: costringe tutti a guardare in faccia ciò che per anni è stato nascosto o minimizzato. La destrutturazione del pubblico in Molise va avanti da tempo e non si può far finta di niente mentre chiudono reparti, si riducono servizi, si svuota l’ospedale. La tenda rimette al centro una domanda semplice e feroce: che cosa volete fare della sanità pubblica?
Molti contestano il “ritardo” del sindaco. È troppo tardi per invertire la rotta?
Il processo è in una fase avanzata, questo sì. Ma non è “troppo tardi” in senso tecnico: è troppo tardi perché manca la volontà politica. Il problema non è l’azione del sindaco, il problema è che dietro di lui non ci sono forze politiche con un progetto diverso. C’è un pensiero unico: si procede verso lo smantellamento del pubblico e nessuno, davvero, vuole cambiare strada.
Lei parla di “fase finale”. Cosa sta accadendo concretamente al “Veneziale”?
Sta accadendo una cosa molto semplice: si dissolvono i servizi. Manca personale in Pronto Soccorso, manca personale in Cardiologia, si parla di chiusura dell’Emodinamica, l’Ortopedia è al lumicino. E altri reparti vivono condizioni simili. Si attende che altri vadano in pensione e poi, passo dopo passo, si arriva al depotenziamento strutturale. Basta entrare, osservare, parlare con chi ci lavora: lo vedi a occhio nudo.
Ogni tanto arrivano promesse: “riapriremo”, “potenzieremo”. Perché non funziona?
Perché i medici scelgono luoghi che hanno prospettiva. Una struttura senza futuro non attrae nessuno. Non è solo questione di soldi o di geografia: è questione di visione. Se non costruisci qualità del servizio, se non fai dell’ospedale un posto “attrattivo” anche professionalmente, gli operatori vanno altrove. E altrove crescono, studiano, lavorano meglio. Qui vedono nebbia.
Per l’utenza cosa significa tutto questo?
Significa disagio enorme. Significa attese interminabili in Pronto Soccorso perché manca una vera medicina territoriale capace di filtrare e rispondere ai bisogni. Il Pronto Soccorso diventa l’imbuto che ingoia tutto, ma senza vie di sfogo. E chi ha patologie complesse spesso viene messo in ambulanza e spedito da un ospedale all’altro: un pellegrinaggio sanitario che logora persone e famiglie.
E mentre il pubblico arretra, il privato?
Il privato, soprattutto il privato convenzionato, cresce. È il paradosso: da una parte si invoca “austerità”, si blocca turnover, si chiudono reparti, si razionalizza; dall’altra aumentano convenzioni e spazi per il privato, che ovviamente agisce per profitto. E non è detto che quel tipo di crescita corrisponda ai bisogni reali del Molise: spesso intercetta flussi, risorse, prestazioni, ma non ricostruisce un sistema pubblico che garantisca equità.
Come si finanzia il privato convenzionato?
Si finanzia, di fatto, con lo stesso fondo che dovrebbe far funzionare il pubblico. È un principio elementare: se sposti soldi verso il privato, li sottrai al pubblico. È lo stesso “vaso comunicante”: se prosciughi una parte, l’altra resta a secco. E il pubblico funzionerà sempre peggio, alimentando l’idea, comoda, che “non funziona” e quindi “meglio il privato”. È una spirale.
Quindi quando un cittadino dice “il pubblico non funziona, vado dal privato”, sta reagendo a un guasto indotto?
Ci sono scelte politiche che destrutturano il pubblico e poi si usa quella disfunzione come prova che bisogna spostarsi altrove. E a questo si aggiunge un altro elemento: una gestione talvolta clientelare, che distorce priorità e decisioni. Il risultato è una macchina che perde efficacia e credibilità, mentre i cittadini pagano il conto.
Di chi sono le responsabilità? Solo della classe dirigente di oggi?
A mio avviso sono corresponsabili in tanti, trasversalmente, da tempo. È una tendenza che viene da lontano: l’idea che un bene comune come la salute diventi una merce. E quando la salute diventa merce, il rischio è che il sistema inizi a produrre non solo cure, ma anche bisogni indotti e spesa che cresce senza migliorare davvero l’equità.
Tutto questo non cozza con i principi costituzionali?
Certo che cozza. La Costituzione tutela il diritto alla salute e impone che ci sia una risposta universale. Ma con il privato convenzionato la logica resta quella del profitto: non è la stessa finalità del pubblico. Il punto è capire se la tenda del sindaco sarà riassorbita dal solito “muro di gomma” o se aprirà spiragli di discussione reale. Lo vedremo presto.
Ma questa “rana bollita” è in fin di vita o è morta?
È in fin di vita, non è ancora del tutto morta. Ma continuando così non servirà molto tempo per dichiarare il “de profundis”. E a volte ho avuto la sensazione che il Molise sia stato trattato come una regione-laboratorio: un posto dove sperimentare il passaggio dal pubblico al privato, usando come cavallo di Troia proprio il convenzionato.






