“Il film della memoria scorre… Falcone e Borsellino… simboli della legalità”. Nel discorso del Presidente c’è una frase che dovrebbe essere uno schiaffo. In faccia ai tanti ipocriti italioti. Perché quei due volti non sono poster da parete: sono la prova che lo Stato – insieme ai suoi servitori (magistrati, giornalisti, scrittori, professionisti, persone perbene) può essere colpito al cuore quando tocca i fili del potere criminale.
In Italia la parola mafia compare con regolarità perfetta solo durante le commemorazioni. Poi, sparisce. Rientra nelle inutili “teche” per i selfie degli inutili soggetti che usano parole a vanvera. Esce dall’agenda, scivola sotto il tappeto, diventa “tema non prioritario”.
È, come per magia, si manifesta il trucco più antico: delegare tutto alle aule di tribunale, e poi fare politica come se il terreno fosse neutro. Ma non è neutro: è il luogo dove si decidono appalti, controlli, trasparenza, regole. È proprio lì la schifosa criminalità organizzata prospera.
La mafia di oggi firma contratti
La mafia contemporanea non ha più bisogno di sparare. È diventata “affidabile” (e qui si riscontrano complicità e collusioni) e posizionata nel posto giusto: una società, un prestanome, un consulente, un’amicizia. I colletti bianchi.
Quando la politica abbassa la guardia su controlli e verifiche, quando la burocrazia non viene utilizzata come un filtro di sicurezza, quando gli accordi diventano legge, la mafia si rafforza. Altro che sconfitta, come disse un procuratore della Repubblica a Cremona, durante la quarta edizione del Premio Nazionale Lea Garofalo.
Dire “tolleranza zero” è facile. Un serio contrasto alle mafie significa: rendere gli appalti tracciabili, leggibili, controllabili davvero (senza dimenticare i subappalti); proteggere chi denuncia, senza lasciarlo solo; seguire i soldi e colpire senza pietà il riciclaggio; valorizzare i beni confiscati; difendere la trasparenza.
L’ipocrisia nazionale: la falsa commozione
L’Italia sa piangere bene. Sa indignarsi benissimo. Sa pronunciare “Falcone” e “Borsellino” con la voce rotta. E poi?
Un sol giorno di falsa indignazione e di memoria non serve a nulla se per altri 364 giorni si fa più schifo di prima. Si preferisce una versione addomesticata dell’antimafia: quella che non disturba nessuno. Ma che fa fare facile carriere politiche. Ma non solo politiche.
Il passaggio del Presidente Mattarella è un avviso: Falcone e Borsellino “protagonisti anche dopo l’assassinio”. O vengono trasformati in bussola politica o restano santini. L’inutile santino posizionato sul piedistallo non sconfigge un clan, non blocca un appalto truccato, non protegge un testimone.
La mafia non è solo un capitolo della storia italiana: è la storia di questo Paese “orribilmente sporco”. Cambia pelle, cambia linguaggio. Ma ancora non è stata sconfitta. Se la politica non la mette al centro con misure serie stanno (e stiamo) continuando a perdere tempo.
Magari volutamente. Perchè ad alcuni le mafie piacciono: portano voti, soldi, potere.
E convivere con la mafia è il modo più “elegante” per la definitiva sconfitta.





