Il caso Alaa Faraj: condanna a 30 anni dopo una strage in mare, dieci anni di detenzione, grazia parziale e nuove istanze di revisione. Quando il diritto perde la verità e la pena diventa un messaggio politico.
“La grazia non è un favore. È uno specchio.”
Se davanti allo specchio ci trovi un’ingiustizia che si è fatta sistema, non puoi più cavartela con una pacca sulle spalle.
Nell’undicesima puntata di 30 minuti con… su WordNews.it, la storia di Alaa Faraj entra in scena come entrano le storie che non dovrebbero esistere: senza eroismi da copertina, ma con la forza nuda di chi è stato travolto due volte. Prima dal mare. Poi dalla macchina giudiziaria.
Chi era Alaa prima del processo?
Alaa, prima di diventare un fascicolo, era un diciannovenne: primo anno di ingegneria, calciatore, pieno di futuro e con la guerra che gli chiudeva la porta in faccia ogni giorno.
Alaa prova a partire legalmente. Aspetta, tenta, chiede un visto. Non lo ottiene. E quando i canali regolari non esistono, la clandestinità non è una scelta “romantica”: è l’unica fessura rimasta per restare vivi. Poi la traversata. Poi la tragedia. E poi l’assurdo: da sopravvissuto diventa colpevole ideale.
Nel racconto emerge un nodo spietato: i trafficanti veri spesso non salgono a bordo. Restano lontani, protetti, intoccabili. E allora, per dare “risposte” rapide all’opinione pubblica, si crea una figura comoda.
La dinamica è brutale: serve un colpevole riconoscibile, serve in fretta, serve che sia “spendibile” mediaticamente.
E chi paga? Spesso gli ultimi, i più soli, i più esposti, quelli senza lingua, senza famiglia. È lì che la giustizia rischia di diventare teatro: non accerta, rassicura.
Trenta anni. Poi la grazia parziale.
Alaa viene condannato a trent’anni nell’agosto 2015, per concorso in omicidio plurimo e violazioni legate all’immigrazione. Il 22 dicembre 2025 arriva la grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica: una riduzione della parte di pena ancora da espiare.
Dal confronto emerge una fotografia precisa: nel 2015 questi procedimenti vengono spesso affrontati in un contesto di pressione politica e mediatica. E quando la pressione spinge, la qualità del giudizio può crollare. Un passaggio è devastante perché è realistico: in certe indagini la selezione dei “testimoni” avviene in modo opaco; l’attendibilità è difficile da verificare; e si insinua un pregiudizio che non si dichiara mai, ma guida tutto: nazionalità, colore della pelle, vulnerabilità.
Il carcere per gli “ultimi”: la pena che diventa abbandono
La vicenda si lega anche a un libro fatto di lettere, di scrittura nata in carcere, di lingua imparata dietro le sbarre. Ed è qui che la storia diventa ancora più scomoda: perché quando parla chi doveva restare invisibile, cade la scenografia. Non è solo “una storia commovente”. È un’accusa precisa: se chiudi i canali legali, deleghi la mobilità umana ai trafficanti; poi però costruisci capri espiatori per dimostrare che li stai combattendo. Un corto circuito che produce carcere, non sicurezza.
E infatti la domanda vera è: quanti Alaa esistono?
Se la politica continua a usare l’immigrazione come clava elettorale, il risultato è già scritto: diritti calpestati selettivamente oggi, e domani la stessa logica si allarga come una macchia d’olio.





