Nino Morana Agostino ha messo nero su bianco, in prima persona, quello che ha visto e ascoltato in aula: l’udienza del processo d’appello bis contro Nino Madonia, per l’omicidio di suo zio Nino Agostino. Non per quello di Ida Castelluccio: su quel delitto, scrive, “il reato è stato dichiarato prescritto”.
Una giustizia a metà, che non è giustizia intera. Il suo scritto non è un “resoconto freddo”: è un diario di famiglia che entra nelle pieghe del processo e ne porta fuori il peso umano, con nomi, orari, frasi sussurrate e ricordi che non hanno mai smesso di fare rumore.
La camera ardente e la presenza di Falcone: “mi ha salvato la vita”
Nel suo racconto, il primo testimone sentito è Vincenzo Monastra, cugino di primo grado di Nino Agostino. La deposizione, scrive Morana, ripercorre il legame tra i due cugini, il matrimonio, e soprattutto “i momenti successivi all’omicidio”. Il punto più incandescente è la conferma della presenza del giudice Falcone alla camera ardente allestita al commissariato San Lorenzo. Morana riferisce che, nel pomeriggio del 6 agosto, Falcone arrivò con la scorta e lì Monastra lo sentì dire a una persona accanto: «Il sacrificio di questi due giovani mi ha salvato la vita».
Morana riporta anche la circostanza già confermata da Antonella Castelluccio, sorella di Ida, che sarà ascoltata il 3 marzo 2026: «…venne a fare visita il dottor Falcone… guardò il corpo di mia sorella e disse sottovoce… “Sono morti per me”».
Se un magistrato come Falcone pronuncia quelle parole significa che in quell’omicidio vedeva un bersaglio più grande.
Nel testo, Morana racconta anche la testimonianza del commissario Montalbano, insediato da poco a San Lorenzo e legato professionalmente a Falcone. In aula, ha riferito della visita del magistrato alla camera ardente e di un gesto insolito, quasi fisico, come se la paura avesse bisogno di un appiglio: «Mi acchiappa forte il braccio e mi dice: “Vedi che questa cosa di Agostino è una cosa fatta contro di me e contro di te”».
Morana sottolinea che non ci fu modo di approfondire. A rafforzare quel quadro, nel suo scritto compare anche la testimonianza del commissario Elio Antinoro: Falcone lo avrebbe incontrato alla Prefettura di Palermo e gli avrebbe chiesto se la morte del poliziotto potesse avere a che fare con le indagini di quel periodo, legate – scrive Morana – alla collaborazione con il preside neofascista Alberto Stefano Volo, che veniva scortato proprio da Nino.
Quelle domande, dette da “uno dei più grandi magistrati antimafia”, restano senza risposta. E poi arriva il 23 maggio 1992, la Strage di Capaci, che porta via anche il testimone più autorevole che avrebbe potuto illuminare quel buio.
Giovanni Brusca in aula: una “mattinata lunga e sofferente”
Il secondo testimone, scrive Morana, è stato Brusca. “Non entro nel merito… è stata una mattinata lunga e sofferente”. Nel suo scritto lascia due elementi che pesano: Brusca avrebbe chiarito episodi specifici (l’inseguimento col vespino azzurro) e soprattutto il passaggio in cui, parlando con Salvatore Riina, capì che dietro l’omicidio c’era la mano di Madonia.
“Non ci sarà mai una giustizia completa”. Augusta Schiera e Vincenzo Agostino sono morti senza avere finalmente verità sull’omicidio del figlio, della nuora e del nipote mai nato.
La prossima udienza sarà martedì 3 marzo 2026.
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