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Epstein, i nomi che riaffiorano e l’illusione dell’innocenza permanente

Quando il potere tollera l’abuso: la memoria lunga che fa paura davvero.

by CARLA NAPOLITANO
5 Febbraio 2026
in Approfondimenti
Reading Time: 5 mins read
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C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui certi archivi tornano alla luce. Non fanno rumore come uno scandalo improvviso, non esplodono come una sentenza. Emergono lentamente, goccia dopo goccia, e più che indignazione producono una sensazione vischiosa, difficile da scrollarsi di dosso. È il disagio di chi capisce che non sta guardando un mostro isolato, ma un intero ecosistema.

Gli ultimi file Epstein legati a Jeffrey Epstein funzionano così. Non inchiodano tutti, non assolvono nessuno, ma disegnano una mappa inquietante di relazioni, contatti, prossimità. Una mappa che racconta meno i singoli reati e molto di più il modo in cui il potere si riconosce, si protegge e si frequenta, anche quando intorno si consuma l’abuso.

Epstein, del resto, non è mai stato davvero un’anomalia. È stato a lungo presentato come tale perché era comodo. Più facile immaginare un predatore solitario che accettare l’idea che per anni abbia potuto muoversi indisturbato tra finanza, politica, filantropia, università, salotti internazionali. Non perché fosse invisibile, ma perché era funzionale. Aveva accessi, risorse, informazioni. E soprattutto sapeva stare nel punto esatto in cui nessuno fa troppe domande.

Quando oggi leggiamo quei documenti, quando scorrono nomi noti, leader politici, uomini d’affari, figure pubbliche di primo piano, il rischio è duplice. Da una parte la tentazione del giustizialismo: tutti colpevoli, tutto marcio. Dall’altra la difesa automatica: comparire non significa aver fatto nulla. Entrambe le reazioni sono insufficienti. Perché il vero problema non è stabilire chi abbia commesso un reato, ma capire perché quel sistema di relazioni sia stato possibile, perché sia durato così a lungo, perché nessuno abbia avuto interesse a spezzarlo prima.

È in questo spazio grigio che si inserisce anche il nome di Matteo Salvini. Nessuna accusa diretta, nessuna imputazione penale. Ma una presenza indiretta, contestuale, dentro una rete di contatti politici e strategici che ruotano attorno a figure chiave dell’universo epsteiniano. E politicamente questo conta, eccome se conta.

Perché Salvini ha costruito una parte consistente della propria identità pubblica sull’idea di essere altro rispetto alle élite globali, ai salotti, ai giochi di potere opachi. L’uomo “contro”, l’uomo del popolo, il leader che denuncia i sistemi chiusi mentre promette di scardinarli. Anche solo l’ombra di una prossimità simbolica con quel mondo — fatta di relazioni, incroci, ambienti — produce una frattura narrativa difficile da ricucire.

In Italia l’effetto non sarà immediato, né clamoroso. Non sarà lo scandalo che fa cadere governi. Ma agirà più lentamente, come una corrosione. Rafforzerà chi è già convinto che tutto sia un complotto, ma allo stesso tempo allargherà il distacco di quella zona grigia dell’elettorato che non cerca santi, bensì coerenza. Perché il punto non è l’innocenza giudiziaria. È la credibilità morale di chi ha fatto della contrapposizione al “sistema” la propria bandiera.

E allora la domanda ritorna, inevitabile: siamo di fronte a un mondo fatto solo di abusi? O a qualcosa di ancora più inquietante? Forse la risposta è che viviamo in un mondo che tollera l’abuso finché resta compatibile con il potere. Finché non disturba gli equilibri, finché non diventa ingestibile, finché non rischia di travolgere chi conta davvero.

Le vittime, in questo schema, arrivano sempre dopo. Quando non possono più essere ignorate. Quando il silenzio diventa più costoso della verità.

È qui che il discorso smette di essere solo giudiziario e diventa politico. Perché la crisi di fiducia che emerge da questi file non resta confinata ai tribunali o alle prime pagine. Si riflette nelle urne, nelle scelte elettorali, negli scarti improvvisi che sembrano inspiegabili. Come la recente sconfitta dei repubblicani in una elezione suppletiva in Texas, uno Stato che per decenni ha rappresentato una certezza ideologica.

Non è solo una questione di programmi o di candidati. È un segnale più profondo: quando il legame di fiducia si spezza, il voto smette di essere prevedibile. Diventa una reazione, una punizione, talvolta persino un gesto confuso. Ma sempre un messaggio. E quel messaggio dice che una parte crescente dell’opinione pubblica non si riconosce più in classi dirigenti percepite come autoreferenziali, protette, impermeabili alle conseguenze delle proprie azioni.

Il rischio, a questo punto, è rifugiarsi nel cinismo totale. Concludere che nulla cambia, che sono tutti uguali, che il potere è intoccabile per definizione. È una conclusione comprensibile, ma pericolosa. Perché è esattamente ciò su cui il potere ha sempre contato: la stanchezza morale degli altri.

La pubblicazione dei file Epstein non è una resa dei conti definitiva. È qualcosa di più scomodo: una crepa. Una frattura che costringe a guardare il potere non come un’entità astratta, ma come un insieme di scelte, omissioni, complicità. Costringe a distinguere tra ciò che è legale e ciò che è accettabile. Tra ciò che può essere archiviato e ciò che resta, comunque, come macchia.

Forse la vera domanda non è chi verrà travolto da queste rivelazioni. Ma chi non lo sarà, e perché. Chi potrà attraversare anche questa tempesta contando sull’oblio, sulla distrazione, sulla velocità con cui passiamo da uno scandalo all’altro.

Il potere, in fondo, non teme lo scandalo.
Teme solo una cosa: una memoria lunga, ostinata, che non smette di fare domande.

Ed è lì, esattamente lì, che si gioca la partita più scomoda di tutte.

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CARLA NAPOLITANO

Giurista, scrittrice. E' autrice ed appassionata narratrice del quotidiano capace di cogliere il lato insolito e a volte poetico della realtà. Con uno sguardo attento ed ironico esplora e narra con originalità gli aspetti più sorprendenti della vita di tutti i giorni.

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