Le droghe esistono e inondano come fiumi le piazze e le strade abruzzesi. Fiumi disumani, di violenza e morte. Piazze di spaccio sempre più roccaforti di clan, famiglie, mafiosetti, sodalizi criminali di ogni tipo. Narcotraffico collante di reti nazionali e internazionali e, allo stesso tempo, bastoni del comando, del predominio arrogante, prepotente e violento.
Droghe che sono strumenti di morte, diretti o come causa di agguati, faide, botte e violenze anche nelle famiglie. È cronaca di questi anni, rintracciabile nei nostri archivi e nella stampa locale. Degrado fisico delle periferie e degrado sociale. Mentre signori e signorotti della droga sfidano tutte le regole della convivenza civile e della legalità. Sei anni fa il lockdown e le misure restrittive in epoca di pandemia per loro furono solo occasioni per avanzare, mettere piede vigliaccamente lì dove la socialità si era fermata. Un’efferatezza che dimostra il loro livello.
Un livello in cui ogni fragilità sociale, ogni occasione viene creata e sfruttata pe i loro traffici e il loro violento predominio. Le piazze di spaccio, come abbiamo sottolineato varie volte anche negli ultimi mesi, proliferano nei luoghi dell’edilizia popolare. Case in cui si trovano senza certezze (anzi) che ne hanno diritto all’assegnazione o occupandole abusivamente. Popolari o di proprietà di onesti cittadini. Telemax ha raccolto la testimonianza di un cittadino del quartiere Santa Rita a Lanciano che è stato costretto ad affittare un appartamento in quanto la loro casa di proprietà, acquistata con grandi sacrifici, era stata occupata e lui e la sua famiglia stavano perdendo la salute per colpa degli occupanti abusivi.
Stiamo raccontando cosa sta accadendo nel rione e il livello sempre peggiore da settimane. Sono anni, decenni, che tutto questo avviene nel silenzio, nell’omertà, nella vigliaccheria di chi si gira dall’altra parte, di chi accetta e china il capo lungo tutta la costa abruzzese da Pescara al vastese. Troppo facile salire sul carro della propaganda, politica ma non solo, su quello che accade altrove, fare i gradassi su ciò che non tocca nella quotidianità, leoni da tastiera che non si è neanche coglioni. O partecipare al circo mediatico e politico scatenato su un singolo episodio che impallidisce di fronte la quotidianità di concorsi truccati, tracotanze di ogni genere, crimini, violenze, abusi (anche pedofili) e tanto altro. Impallidisce o almeno dovrebbe. Perché nella percezione dei leoncoglioni da tastiera così non è. E si è tornato a (s)parlare dei figli dei rom, genericamente e a mentula canis. Figli di rom significa tutto e nulla, etichettare la questione come (supposta) etnica è solo il paravento degli ignavi. Al posto di etichette buone solo per certa ruttante politica politicante facciamoli i nomi, i cognomi, citiamo circostanze, episodi, reati, violenze, di coloro che qui come a Roma, Ostia e Latina (ma là sono combattuti, denunciati e alcuni sono stati anche condannati come “mafiosi”) sono i “soliti” noti di un ventre violento così oscuro da essere alla luce del sole. I circensi di questi mesi nulla hanno detto dopo i bambini «scudi umani» a Santa Rita di Lanciano. Come nulla dicono in innumerevoli circostanze. In poche settimane, con tre articoli, abbiamo parlato più noi che tutti loro.
Chi non vuole trova scuse recita la saggezza popolare. E di recite per nascondersi ne vediamo tante, ogni giorno. Da cittadini e da membri delle istituzioni. Poi accade quel che Einstein ben descrisse: una cosa appare impossibile finché non arriva qualcuno che non lo sa e lo realizza.
«Ci avete rotto il cazzo» è la scritta comparsa giorni fa su un muro nel quartiere Santa Rita di Lanciano. Cancellata in pochissimo tempo, al contrario di tante altre ben più gravi e che non rappresentano esasperazione di cittadini onesti ma ben altro. Chissà perché e come mai …
La segnalazione di alcuni cittadini, che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte ed essere cittadini fino in fondo, hanno dato un contributo decisivo all’operazione “Alto Impatto” del 19 febbraio, coordinata dalla Questura di Chieti e dal Commissariato di Polizia di Lanciano, di cui abbiamo dato notizia ieri. Nei giorni scorsi abbiamo denunciato, unica firma sul nostro articolo e sugli altri due usciti non certo casualità, il concerto del neomelodico campano Calone, colui che anni fa definì fratellino il figlio di un boss di camorra. È circostanza, ultima finora dopo altri precedenti, che dimostra quanto i “soliti noti” sono ben inseriti in reti nazionali, collegati con altre famiglie e clan di altri territori.
Reti su cui troppo spesso viaggiano soprattutto le droghe che riforniscono le piazze di spaccio della regione e non solo. L’ultima dimostrazione di come l’Abruzzo è inserita nelle reti del narcotraffico con mafie e clan di altre regioni e da lì anche con l’estero è giunta ieri. Una maxi operazione dei Carabinieri contro il narcotraffico ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari e sgominare un vasto traffico di cocaina ed eroina.
«Un grosso dispiegamento di forze dell’Arma dei Carabinieri, composto da Reparti Territoriali e Speciali con l9ausilio di Elicottero del 6° Nucleo Elicotteri di Bari, ha operato sul territorio di Montesilvano, Pescara, Vasto, Trani e San Severo, per dare esecuzione a venti ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP presso il Tribunale di Pescara Dott. G. de Rensis, frutto dell9efficace sinergia tra il Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Montesilvano e la Procura della Repubblica di Pescara» ha realizzato la vasta operazione che si è concentrata «principalmente su due figure criminali di spicco, ossia su due cittadini originari dell’Albania, ormai fortemente radicati sul territorio montesilvanese anche con avviate attività commerciali». È stato neutralizzato «un vasto traffico di sostanze stupefacenti strutturato attraverso due canali di ingresso della cocaina e dell’eroina nella Regione Abruzzo. Dal nord Italia giungeva la cocaina e dal foggiano giungeva l’eroina. Chili di stupefacenti e fiumi di denaro, un giro d’affari enorme, a fare da capofila a questo traffico di droga due albanesi che rappresentavano il punto di contatto di importanti narcotrafficanti che gravitano nel pescarese e che a loro volta alimentavano fiorenti piazze di spaccio».
L’operazione è partita concentrandosi inizialmente «su un’attività commerciale condotta da uno di questi cittadini albanesi, ma ben presto i Carabinieri di Montesilvano hanno portato alla luce un importante traffico di sostanze stupefacenti. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due cittadini albanesi svolgevano attività indipendenti l’uno dall’altra, occupandosi uno prevalentemente del traffico di cocaina e l’altro dell’eroina. Una sorta di spartizione del mercato, gerarchicamente stratificato attraverso i loro contatti fidati. La moglie di uno dei due, originaria del foggiano, aveva contatti diretti con chi poi procurava chili di eroina che mediante corrieri partivano da San Severo e giungevano in Abruzzo». Contatti fidati di questa rete «corrieri allo scopo assoldati per trasportare grossi quantitativi di droga, tra questi spicca un altro cittadino albanese, uomo di fiducia di entrambi i predetti connazionali. Quest’ultimo aveva il compito di consegnare le panette di cocaina o di eroina che venivano di volta in volta ordinati da altri importanti trafficanti di stupefacenti parimenti indagati».
Taglio imprenditoriale del business criminale con utilizzo di moderne tecnologie comunicative, 30 kg tra eroina e cocaina e 100.000 euro in contanti sequestrati.




