Luigi Pasotti, dirigente dell’Unità Operativa di Catania del Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano (SIAS) del Dipartimento regionale Agricoltura, nonché referente siciliano dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), ai microfoni di Prima Linea News, per descrivere il profilo ambientale del territorio siciliano, anche alla luce dei recenti accaduti che hanno aperto nuove ferite nel paesaggio e nel tessuto urbano, quali l’evento meteorologico estremo conosciuto con il nome di “Ciclone Harry” e la terribile frana che ha interessato la collina di Niscemi.
Secondo Pasotti, la Sicilia ha una sua intrinseca vulnerabilità sul piano idrogeologico, a causa di un territorio complesso dal punto di vista orografico che, pur avendo raggiunto un proprio equilibrio nel corso dei millenni, oggi appare peggiorato per effetto dell’azione da parte dell’uomo: un’azione che si traduce nella realizzazione di strade, regimazioni idrauliche, opere mal pianificate di forestazione o deforestazione e nella cementificazione degli insediamenti urbani.
Al giorno d’oggi, grazie alle normative vigenti e alla migliore comprensione degli aspetti inerenti al quadro che descrive la fragilità del territorio, sarebbe comunque possibile prevenire almeno in larga parte i danni legati a questa vulnerabilità, così da evitare fenomeni come quelli accaduti a Niscemi e favorendo una migliore convivenza dell’uomo con l’ambiente.
Eppure, sebbene di anno in anno siano stati copiosi gli stanziamenti impiegati per tamponare le falle, le stime catastrofali sugli ultimi eventi estremi hanno evidenziato danni quantificabili in somme ben superiori a quelle fino ad oggi stanziate, come conseguenza di quella mancata prevenzione del territorio che, per quanto impegnativa e costosa, appare comunque necessaria. Infatti, oltre ai danni che abbiamo potuto constatare dalle immagini riprese dai media tradizionali, Pasotti denuncia anche altre ferite inferte alla Sicilia, quali ad esempio il danno agricolo stimato in circa 300 milioni di euro per effetto di una perdita della produzione del comparto vinicolo di oltre il 50% o ancora il rischio che le somme necessarie a ripristinare il patrimonio immobiliare nell’area di Niscemi possano schizzare drasticamente verso l’alto.
Per il momento, il governo regionale cercherà almeno in parte di venire incontro alle esigenze più urgenti, sapendo però che se le stime reali dei danni saranno verosimili a quelle già sommariamente preventivate, allora questi aiuti non basteranno.
Vista la gravità della situazione, c’è anche la necessità di distrarre denaro dai fondi inizialmente destinati ai cittadini, all’uopo di fronteggiare queste emergenze e a riprova di come la mancata mitigazione del cambiamento climatico può già oggi provocare dei contraccolpi economici che, a lungo andare, finiranno per incidere in modo sempre più pesante sulle economie locali, rendendoci inevitabilmente più consapevoli della necessità sempre più urgente di adottare serie misure per la prevenzione sul territorio e per l’adattamento ai fenomeni estremi.
A mettere ulteriori dita nella piaga vi sono negligenze da parte di certe amministrazioni pubbliche, sia per quanto concerne la mancata spesa degli stanziamenti originariamente destinati alla messa in sicurezza del territorio che per quanto concerne la lista delle priorità sui piani di intervento. Per Pasotti il problema fondamentale è oggi quello del rischio climatico, che a causa del ginepraio internazionale non trova più risposte nelle politiche volte a ridurre le emissioni di gas serra, aggravando quei problemi già intrinseci al profilo ambientale siciliano. Bisogna recuperare il terreno perduto in merito alla prevenzione sul territorio, ma bisogna anche pensare a come fare fronte a fenomeni, come quelli climatici, che in passato non pensavamo di dover affrontare.
Dovremmo quindi porci la domanda se, ad esempio, non sia il caso di ricostruire gli edifici ad una maggiore distanza dalla linea di costa, onde evitare i danni che potrebbero verificarsi a seguito di eventuali future mareggiate che potrebbero ulteriormente intensificarsi qualora non si ponesse un freno al riscaldamento globale. Al tempo stesso bisognerebbe evitare che la politica si lasci tentare dal ratificare norme che potrebbero cagionare un allentamento delle restrizioni pensate per dare il giusto peso all’impatto ambientale.
Infine, Pasotti ci informa che il quadro climatico che interessa oggi il mediterraneo non può nemmeno venire ascritto a quello tropicale propriamente detto, perché ad essere cambiato maggiormente è l’impatto che le temperature estreme hanno sull’evapotraspirazione delle specie vegetali, rischiando di causare un aumento dell’aridità dei suoli, anche quando le precipitazioni potrebbero risultare sufficientemente abbondanti.
Pertanto, Pasotti ci rammenta l’urgenza di accelerare verso la realizzazione di impianti energetici alternativi che si sostituiscano al fossile e ci invita a prendere in prestito lo slogan sovente utilizzato dai climatologi e che recita: “gestire l’inevitabile, ma evitare l’ingestibile”, onde evitare di ritrovarci dinanzi ad un quadro catastrofale dalle tinte ormai indelebili.





