Siamo nel 2018, governo Conte I e Matteo Salvini era ministro dell’Interno con il pugno duro verso i migranti e i porti chiusi. Tra le voci più critiche dell’operato di Salvini allora c’era Roberto Saviano. Il ministro lo attaccò arrivando a minacciare di togliere la scorta al giornalista. E fu così, che in un post, Roberto Saviano lo definì “ministro della malavita”, formula che si deve a Gaetano Salvemini, politico, in cui nel suo saggio “Il ministro della mala vita: notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell’Italia meridionale” descrisse i rapporti fra la società italiana nei primi anni del XX secolo e la politica italiana impersonata da Giovanni Giolitti.
Proprio su questo si basava la difesa di Roberto Saviano, sul fatto che le sue parole fossero già state pronunciate in precedenza e, soprattutto, che la definizione entrasse nel legittimo diritto di espressione critica.
Un processo durato 8 anni e il 25 giugno scorso si ritrovarono faccia a faccia in aula. In quell’occasione Salvini disse in un punto stampa:
“Ho stretto la mano a Saviano e lui mi ha detto vergognati, vergognati. È un maleducato, ma non è certo un reato. Io non ce l’ho con lui però se qualcuno mi dà del mafioso o amico della ‘ndrangheta non è normale.”
In diverse occasioni Saviano ha detto che
“riutilizzerei l’espressione ministro della malavita che è di Salvemini. Io ritengo di avere tutto il diritto di utilizzare il paradigma di Salvemini per criticare Salvini.”
Dopo 8 anni e dopo diverse udienze rinviate ieri la sentenza, da parte del giudice monocratico di Roma, di assoluzione: la formula è di Salvemini e può essere citata come diritto di critica.
In un video sui social Saviano ha detto:
“Assolto!
Per aver definito Matteo Salvini “Ministro della Mala Vita” sono stato trascinato in tribunale e oggi, dopo otto anni, sono stato finalmente assolto.
Questa assoluzione significa soprattutto una cosa: che la propaganda politica non può diventare uno strumento per mettere a tacere chi critica. Per anni Salvini ha giocato con parole e slogan, alimentando un clima ostile. “Gli toglieremo la scorta”, diceva riferendosi a me. E sapeva bene che, vivendo sotto protezione per le minacce dei clan, certe parole non sono mai neutre. Certe parole possono essere davvero pericolose, soprattutto se a pronunciarle è un Ministro della Repubblica.
E Ministro della Mala Vita non è un’espressione che ho inventato io, appartiene a Gaetano Salvemini, che la usò nel 1910 contro Giolitti per denunciare un modo di esercitare il potere fondato sulla paura, sul consenso facile, sull’uso della forza contro i più deboli. Ma soprattutto Salvemini lo usò per descrivere l’attitudine predatoria che Giolitti aveva nei confronti del sud Italia: sfruttato come bacino di voti e poi abbandonato.
“Ministro della Mala Vita” non era diffamazione allora e non lo è oggi. Era, ed è, una critica politica.
Mi sono dovuto difendere in questo processo per otto lunghi anni, mentre Salvini, chiamato a testimoniare, non si presentava in aula? adducendo i più fantasiosi degli impedimenti. Ma questo processo sarebbe potuto durare anche cent’anni, una cosa è certa: per quanto aspra sia la critica, le parole non possono essere messe sotto accusa quando raccontano il potere.”
Per il Ministro Salvini:
“Posso stare antipatico, ma da ministro dell’Interno ho combattuto mafia, camorra e ’ndrangheta”.
Il leader leghista ha parlato di “giudici ideologicamente schierati” e ha annunciato l’intenzione di procedere nuovamente per vie legali: “Lo querelerò di nuovo”.
foto copertina di Antonino Schilirò





