Lea Garofalo nasce il 24 aprile 1974. Una data che non può essere archiviata come una semplice ricorrenza civile. Lea Garofalo è una ferita aperta. È una domanda scomoda. È una donna che continua a guardarci in faccia e a chiederci da che parte stiamo.
Non basta mettere il suo volto sulle bandiere.
Non basta pronunciare il suo nome nelle giornate ufficiali. Non basta ricordarla quando conviene.
La “Fimmina Calabrese” va ricordata ogni giorno.
Va ricordata nelle scuole, nelle piazze, nei tribunali, nelle redazioni, nelle associazioni. Quando la società si distrae, quando abbassa la testa, quando davanti ai funerali dei delinquenti resta muta, tiepida, esitante. Complice.
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Lea è stata una fimmina calabrese che ha conosciuto la ’ndrangheta dall’interno. Non l’ha studiata da lontano, non l’ha incontrata nelle carte processuali. Ha respirato il suo puzzo. Nella famiglia, nel territorio, nelle relazioni, nella paura, nella violenza. Ha visto morti, sangue, vendette, dominio criminale. Ha visto uomini senza cuore illudersi di essere potenti perché capaci di comandare attraverso la minaccia. Ha visto il finto rispetto della mafia.
Poi ha fatto la cosa che le schifose mafie temono di più: ha raccontato. Inutilmente, per colpa di uno Stato, diciamo, poco attento.
Ha denunciato. Ha raccontato omicidi, droga, usura, minacce, violenze. Ha spiegato che la ’ndrangheta è potere criminale. È sopraffazione. È morte. Un sistema squallido che pretende silenzio e obbedienza, soprattutto dalle donne.
Per questo Lea era pericolosa.
Nel libro “Una fimmina calabrese. Così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta”, Paolo De Chiara restituisce la storia di una donna che non volle più appartenere a quel mondo.
Una donna che decise di rompere i ponti con la criminalità organizzata, pagando un prezzo altissimo. Lea cercava una vita diversa. Per sé e, soprattutto, per sua figlia Denise.
Una scelta materna e rivoluzionaria.
Lea fu rapita e uccisa a Milano nel novembre 2009. Aveva 35 anni. Prima c’era già stato un tentativo di sequestro a Campobasso, in Molise.
La sua colpa, agli occhi dei carnefici, era chiara: voleva cambiare vita, voleva sottrarre Denise a quel destino, voleva essere libera. Per questo è stata eliminata. Perché si era contrapposta alla cultura mafiosa. Perché aveva scelto la dignità, perché aveva dimostrato che nessuna famiglia, nessun clan, nessun cognome può decidere il destino di una persona.
Ma la storia di Lea non è soltanto la storia di una donna uccisa dalla ’ndrangheta. È anche la storia di uno Stato che troppo spesso lascia soli i cittadini che denunciano. È la storia dei testimoni di giustizia trattati come problemi da gestire, non come esempi da proteggere. È la storia di un Paese che sa fare grandi discorsi sulla legalità, ma poi inciampa. Tentenna e tradisce.
Uno Stato che non protegge chi rompe con la mafia si condanna, da solo, all’ipocrisia. Non si può chiedere coraggio ai cittadini e, poi, abbandonarli. Non si può pretendere la denuncia e poi lasciare chi denuncia alla solitudine, alla burocrazia, all’abbandono. La memoria di Lea Garofalo deve servire anche a questo: a ricordare che la legalità è una responsabilità concreta.
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Non si può ricordare Lea e poi restare indifferenti davanti ai riti pubblici che celebrano i criminali. Non si può parlare di antimafia e poi tollerare che i funerali dei delinquenti diventino passerelle, dimostrazioni di forza, liturgie del potere mafioso.
Non si può mettere il volto di Lea su una bandiera e accettare che il territorio torni a inchinarsi davanti al nome del boss, al cognome pesante, alla famiglia che comanda.
Ricordare Lea significa rifiutare ogni forma di ambiguità. La storia di Lea deve entrare nella coscienza pubblica. Non come celebrazione vuota ma come educazione permanente. Ai ragazzi va raccontata per quello che è: la storia di una donna che avrebbe potuto tacere, sopravvivere e, invece, ha scelto di rompere il silenzio.

Lea Garofalo non appartiene soltanto alla Calabria. Non appartiene alla cronaca giudiziaria. Non appartiene soltanto ai libri, ai convegni, alle giornate della memoria. Appartiene alle persone perbene. Non è un’eroina ma un esempio da seguire nel quotidiano.
La ’ndrangheta la voleva cancellare ma ho ottenuto l’effetto contrario. Ha consegnato al Paese una testimonianza potentissima, producendo memoria.
Lea Garofalo è nata il 24 aprile 1974. La sua vita è stata spezzata ma la sua voce continua a urlare.






