La questione israelo-palestinese non può essere ridotta alla solita rappresentazione binaria dei media: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi; da una parte il sionismo, dall’altra Hamas. È una lettura troppo povera per una ferita storica così profonda. Una semplificazione comoda, ma incapace di restituire la complessità politica, culturale, giuridica e umana di una vicenda che attraversa più di un secolo di storia.
Partendo dal riferimento storico a uno dei movimenti pacifisti più antichi di Israele, Peace Now, Virginia Fiume, in questa seconda parte del suo intervento, spiega come il problema attuale tra israeliani e palestinesi non sia riconducibile alla dicotomia mediatica “buoni contro cattivi”, “sionismo contro Hamas”.
Il primo elemento di complessità riguarda la struttura stessa dei movimenti antisistema nati, nel tempo, all’interno di Israele. Esistono componenti critiche, moderate, radicali, destrutturanti nei confronti dell’attuale assetto statuale. Già questo dato offre il quadro di una realtà molto più articolata rispetto alla narrazione dominante, che tende a schiacciare tutto dentro due blocchi contrapposti e immobili.
Il secondo elemento riguarda la necessità di rielaborare la formula dei due popoli e due Stati. Una formula già prefigurata, sul piano ideale e teorico, da figure come Hannah Arendt, dentro il dibattito ebraico e sionista del Novecento, ma che oggi richiede una revisione profonda. Non basta più ripetere vecchie formule come fossero parole liturgiche. Occorre immaginare una forma nuova di partecipazione reale e diretta, una dimensione di assemblearismo popolare, forse persino una realtà politica capace di andare oltre la consueta struttura dello Stato nazionale.
In questo scenario, anche il ruolo dei garanti internazionali andrebbe ripensato. Non più soltanto i soggetti appartenenti al vecchio mondo euroamericano, ma nuovi attori emergenti globali, capaci di accompagnare un processo di pacificazione e riconciliazione ispirato, almeno in parte, al modello del Sudafrica post-apartheid.
Da qui si entra nella complessità strutturale della questione. Il 7 ottobre rappresenta uno spartiacque nella politica dell’area. La reazione di Israele e l’assunzione, da parte di una parte dei palestinesi, di Hamas come forma di resistenza aprono il primo grande nodo. Il diritto internazionale, in diversi suoi articoli e interpretazioni, prevede effettivamente il riconoscimento di soggetti di resistenza in situazioni di tensione, oppressione e dominio da parte di un regime, anche se tale riconoscimento resta sempre sottoposto ad analisi, verifica e contestualizzazione.
A questo si aggiungono i sospetti, le ambiguità e i lati oscuri dell’avvenimento: dalle falle nel sistema di sicurezza e di preavviso dell’attacco fino al rave party organizzato in una zona di confine con territori controllati dagli islamisti. Per il governo israeliano, quel momento è diventato anche l’occasione definitiva per attaccare Hamas e tentare di risolvere la questione con la forza.
Il secondo fattore di complessità riguarda l’esistenza di forme di reazione che non usano i metodi né le teorizzazioni del movimento islamista autore del 7 ottobre. Tuttavia, in una realtà come quella di Gaza, completamente chiusa nei propri confini, assediata e bombardata, con Hamas unico governo di controllo e difesa, chi non è d’accordo con la sua linea rischia di essere arrestato come collaborazionista. In queste condizioni, la possibilità stessa di esprimere dissenso diventa quasi impraticabile.
La questione cruciale, però, resta un’altra. Il 7 ottobre non nasce da solo, né all’improvviso. È il risultato di un’evoluzione storica progressiva delle politiche interne israeliane, che alla fine, come si direbbe in gergo, ha fatto “saltare il tappo”, il coperchio della pentola a pressione.
Questo sviluppo affonda le proprie radici molto lontano, nella concezione maturata in epoca coloniale dell’assegnazione di un territorio a favore di un altro gruppo occupante. Virginia Fiume rileva come il sionismo, nella sua origine ed elaborazione, sia nato in un periodo compreso tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando la mentalità generale era ancora profondamente segnata dal colonialismo e dal positivismo assoluto del diciannovesimo secolo.
Dentro questo quadro si innesta un altro fattore decisivo: la convivenza necessaria tra i due popoli nell’epoca attuale. Una convivenza difficile, dolorosa, ma non eludibile. È una possibilità che viene evocata anche da una scena breve e incisiva del film No Other Land, nella quale emerge la possibilità di cancellare, o almeno rielaborare, la memoria negativa degli atti compiuti da un soldato israeliano nei confronti di una famiglia palestinese.
Qui si apre una problematica ancora più importante. Le idee di Hannah Arendt e di tutti gli uomini e le donne che si sono battuti per tentare una risoluzione del problema restano giuste sul piano ideologico, o meglio ideale. Ma devono essere necessariamente rielaborate e adeguate al nuovo modello mondiale che si è venuto a creare.
Il nodo del diritto internazionale diventa allora centrale. Ma in quale accezione semantica? Il diritto può essere interpretato liberamente, piegato di volta in volta a formule come “diritto alla difesa” o “diritto preventivo di fare la guerra a un Paese che si presume possieda armi non convenzionali”? Oppure deve tornare a essere qualcosa di più articolato, non manipolabile, vicino alla sua accezione classica e primaria: un contratto tra le parti, fondato sulla tutela reciproca?
A questo punto, il discorso si sposta su una comunità di soggetti aventi uguali diritti, dentro una prospettiva egualitaria, oltre la sovrastruttura partitica e oltre quei meccanismi che consentono illegalità diffuse e, di fatto, legittimate.
È un discorso che il giornalismo ha il compito di fare, ma su scala transnazionale. Occorre dare spazio a giornalisti, intellettuali, autori palestinesi e rappresentanti della diaspora palestinese, anche a coloro che vivono in Europa e in Italia. Bisogna intervistarli, ascoltarli, diffondere le loro idee, le loro riflessioni, le loro opinioni e i loro progetti.
Solo così si può uscire dalla consueta, statica e ripetitiva dicotomia narrativa secondo cui tutti i sionisti combatterebbero contro tutti gli appartenenti ad Hamas. La realtà è molto più complessa. E proprio per questo va raccontata con maggiore coraggio, maggiore profondità e maggiore onestà intellettuale.
Virginia Fiume chiude il suo intervento, interessante e soprattutto progettuale per il futuro, con una riflessione su Sumud e Freedom Flotilla. Si tratta non solo di esperienze di azione umanitaria, ma anche di simboli concreti di ciò che oggi rappresentano il diritto internazionale e le regole del suo rispetto o della sua violazione.
Dentro questa cornice si inserisce anche il caso sospetto delle grandi aziende impegnate nello sfruttamento delle fonti energetiche fossili presenti nel mare di Gaza, tra cui ENI, già presente in quell’area. La questione delle acque internazionali diventa così un banco di prova: non solo geopolitico, ma anche giuridico, economico e morale.
Come abbiamo visto, purtroppo, con gli ultimi avvenimenti di queste settimane, quel banco di prova si è tinto dei colori più foschi possibili. E proprio per questo la questione israelo-palestinese chiede oggi uno sguardo diverso: meno propaganda, meno slogan, meno semplificazioni. Più storia, più diritto, più ascolto. E soprattutto più futuro.




