«L’importante ke bruciaa tuttoooo».
È uno dei messaggi che Salvatore Verga, già detenuto nel carcere di Trani, avrebbe scritto su WhatsApp. Secondo l’accusa, sarebbe lui il regista nascosto dietro la cosiddetta banda dei Kalashnikov, colpita dall’operazione dei Carabinieri, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia.
Sono state eseguite ventidue misure, tra fermi e provvedimenti notificati a persone già detenute. Verga avrebbe organizzato incendi ed estorsioni direttamente dal carcere, impartendo disposizioni attraverso le chat e reclutando ragazzi tra i 19 e i 25 anni. Ma, secondo quanto ci risulta, l’età di alcuni degli arruolati sarebbe ancora più bassa.
Per eseguire gli ordini, i “picciutteddi” – così venivano chiamati i giovanissimi dello Zen messi a disposizione del presunto nuovo boss – avrebbero ricevuto 400 euro a testa. Verga, soprannominato “Bomba atomica”, avrebbe quindi trasformato questi ragazzi in manovalanza criminale a basso costo.
Sempre dal carcere pugliese, secondo quanto raccontato dal collaboratore di giustizia Alessio D’Agostino, Verga avrebbe fatto recapitare a Palermo un arsenale di armi, composto da fucili d’assalto e pistole.
Il carcere non ferma i messaggi dei boss
Il punto è tutto qui, e lo sostengo da tempo: le mura del carcere non fermano i messaggi WhatsApp.
Prendiamo il 41-bis, il regime detentivo più severo previsto dal nostro ordinamento. Persino durante il carcere duro i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, condannati all’ergastolo, sono diventati padri. Come sia potuto accadere rimane un mistero della fede. Giuseppe Graviano arrivò a dichiarare al GOM di aver «nascosto la moglie tra la biancheria sporca».
Se le falle possono raggiungere l’alta sicurezza, possiamo immaginare cosa accada un gradino più sotto, dove viene rinchiusa la maggior parte dei detenuti.
I numeri, infatti, non lasciano scampo: nel 2024, all’interno delle carceri italiane, sono stati sequestrati 2.252 telefoni cellulari, una media di oltre sei al giorno. Nel 2022 erano stati 1.084. La curva continua a salire anno dopo anno.
E questi dati riguardano esclusivamente ciò che viene scoperto e sequestrato. Il sommerso, naturalmente, resta fuori da qualsiasi statistica.
Lo smartphone diventa una centrale operativa
Qualcuno dirà che il problema sono quei ragazzini disposti a bruciare tutto per pochi soldi. E certamente lo sono. Ma un ragazzo può essere reclutato, diretto e utilizzato soltanto se chi impartisce gli ordini dispone di uno smartphone in cella e nessuno riesce a impedirglielo.
Il telefono diventa così una vera e propria centrale operativa criminale: attraverso le chat si impartiscono ordini, si organizzano incendi, si pianificano estorsioni, si recluta nuova manovalanza e si mantengono i rapporti con il territorio.
Togliete il telefono e il boss tornerà a essere soltanto un detenuto.
Denuncio questa situazione esattamente dal 2020, ma per molti le mie parole erano soltanto esagerazioni. Oggi sono le indagini, i sequestri e i numeri a raccontare la realtà.
Le leggi-manifesto le abbiamo già. Non servono nuove dichiarazioni solenni o provvedimenti destinati a rimanere sulla carta.
Le leggi esistenti andrebbero semplicemente applicate e fatte rispettare dentro le carceri dello Stato.
Sonia Alfano scuote “30 minuti con…”: mafie senza confini, fango mediatico e silenzi dello Stato




