«Non chiamateli eroi» hanno ammonito l’anno scorso nel titolo di un libro Nicola Gratteri e Antonio Nicaso. Un libro che partendo dalle stragi del 1992 di Capaci e Via D’Amelio ha ricordato l’impegno di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Giuseppe Letizia, Peppino Impastato, Giorgio Ambrosoli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rosario Livatino, Libero Grassi, Pino Puglisi e Lea Garofalo.
Chiamarli eroi, issarli su laici altari di messe cantate e santini puramente retorici li rende lontani, supermen e superwomen irraggiungibili. Se loro son stati eroi i mediocri mediomen e mediowomen che potrebbero fare di fronte l’infinito Paese Sporco delle mafie, della corruzione, dell’illegalità antidemocratica criminale? La risposta sarebbe solo nulla. E così quel che dovrebbe essere omaggio a chi si è sacrificato contro l’orrendo Paese Sporco diventa una complicità di fatto con pupi e pupari, marionette e burattini del Paese Sporco. Può apparire paradossale ma è invece la lineare e reale verità.
Quella verità, da Portella della Ginestra ad Ustica fino alle stragi e del 1992-1993 viene ripetutamente calpestata e negata. In questi giorni ricorre l’anniversario della strage di Ustica su cui abbiamo pubblicato negli anni articoli, denunce e approfondimenti su trame, depistaggi e persecuzioni.
Non dobbiamo chiamarli eroi ma riconoscere il loro impegno e ognuno di noi, ovunque ci troviamo, lasciarci stimolare e guidare, seguire l’esempio ed essere sentinelle di legalità democratica, giustizia, fare la nostra parte – parafrasando un anonimo le cui parole in questi ultimi vent’anni tante volte sono state diffuse su strade e social – così che non ci siano alcuni che dovranno dare tutto. È la riflessione stimolata dal libro di Gratteri e Nicaso ed è stato uno dei fili conduttori, forse il principale, dell’incontro di sabato scorso a Tufillo “Cosa Nostra a casa nostra?”.
Moderati dal sindaco di Tufillo Ernano Marcovecchio, che ha stimolato la discussione con interventi puntuali e ben precisi, il maggiore dei carabinieri della Compagnia di Vasto Amedeo Consales e il nostro direttore Paolo De Chiara hanno cercato di rispondere alla domanda, una risposta lineare e apparentemente scontata ma che tale non è.
E, soprattutto, spalanca le porte a riflessioni, prese di coscienza e impegni civili e sociali infiniti. Onore al merito della scelta coraggiosa e necessaria, nel mare magnum della sterile retorica che ci inonda ad ogni anniversario, dell’amministrazione comunale di Tufillo.
Consales ha condiviso analisi sociali e giuridiche su quanto accade a livello nazionale, su cosa muove, smuove e (anche) frena la lotta contro le illegalità nel nostro Paese. Calandole poi nella realtà del vastese, un territorio che certo non vive la situazione di altri territori ma non vi è molto distante. A partire dal foggiano, terra di mafie, estorsioni ambientali (come ci denunciò il procuratore aggiunto di Foggia Antonio Laronga), narcotraffico e affari sporchi che penetrano e s’infiltrano anche nel nostro territorio.
Grande attenzione durante l’intervento del maggiore Consales ad avvenimenti degli ultimi anni, dalle maxi risse a Vasto Marina due anni fa che crearono un forte allarme sociale all’inchiesta che coinvolse alcuni minorenni nel 2018 per la diffusione (e l’accusa di ricatti alle vittime) di foto e video di ragazze «sessualmente espliciti», al codice rosso e a quell’impegno quotidiano delle forze dell’ordine che richiede l’attiva presenza dei cittadini.
Il nostro direttore Paolo De Chiara ha ricordato alcune delle stragi dalla verità negata in questo Paese, trame, depistaggi e nulla memoria su atti, fatti, oggetti e soggetti delle stragi del 1992. Quel pozzo putrescente che ha ucciso anche dopo il 19 luglio 1992, quelle stragi hanno vittime successive.
La settima vittima di Via D’Amelio fu Rita Atria che a Paolo Borsellino raccontò e denunciò la mafia in casa propria. Rita è ufficialmente stata dichiarata suicida subito dopo la sua morte. Ma tanti sono gli interrogativi e i dubbi sugli ultimi mesi e sulle sue ultime ore. Interrogativi e dubbi che stanno emergendo in queste settimane grazie al lavoro d’inchiesta della giornalista del tg1 Giovanna Cucé, della fondatrice e vice presidente dell’Associazione Antimafie Rita Atria Nadia Furnari e della direttrice di Le Siciliane e storica collaboratrice di Pippo Fava a I Siciliani Graziella Proto. Un libro che ha portato in queste settimane alla pubblicazione del libro o ancor di più «Io Sono Rita. Rita Atria, la settima vittima di Via D’Amelio», edito da Marotta&Cafiero.




