La camorra è morte. È la mattanza dei baby boss.
Lo diciamo da anni, lo denunciamo nei tribunali, nelle scuole, nelle strade: i figli di chi vive in ambienti camorristici spesso hanno un destino segnato.
Si cresce a pane e camorra, in quartieri dove la pistola arriva prima dei libri. Dove a 12 anni sanno uccidere, e a 6 giocano con i coltelli come se fossero giocattoli. C’è emulazione criminale, voglia di “fare il boss”, di conquistarsi un posto nel pantheon del terrore. E tutto questo avviene in un vuoto totale di servizi sociali, educatori, scuola, Stato.
In queste periferie, lo Stato non esiste. Chi nasce lì, vive secondo codici criminali. Il valore di una vita si misura in scarpe da mille euro, in una tuta firmata, in una moto rubata. È il trionfo dell’analfabetismo culturale e morale.
Le regole del clan sono scritte nel sangue: vendetta, controllo delle piazze di spaccio, estorsioni. La camorra a Napoli è diventata un brand, un modo di vivere, un ideale criminale da seguire. Non basta essere delinquenti, bisogna essere “malessere”. Chi fa paura è un vincente.
Dietro tutto questo ci sono i vecchi boss, che manovrano, armano, spingono alla guerra questi baby boss. Il sistema penale? Inefficace. Un minorenne che uccide non riceve una pena esemplare. E il carcere minorile? Una scuola di camorra, dove si entra ragazzi e si esce soldati del crimine.
Serve un cambiamento radicale. Servono interventi strutturali, non reazioni emotive. Serve disarmare la camorra, ma anche disinnescare la cultura criminale che si diffonde sui social, nelle musiche trap, nei video TikTok.
Bisogna spezzare l’apologia camorristica, portare luce dove oggi c’è solo buio. Perché finché la camorra sarà un sogno per i bambini, Napoli sarà un incubo per tutti.







