Equilibriste nel vuoto: così l’Italia punisce chi sceglie di diventare madre
In Italia, essere madre nel 2025 è ancora una sfida che assomiglia troppo spesso a una lotta per la sopravvivenza. Il dossier annuale di Save the Children, intitolato “Le Equilibriste”, ci costringe ancora una volta a guardare negli occhi una realtà scomoda: le donne che scelgono la maternità continuano a pagare un prezzo altissimo in termini economici, lavorativi e personali.
La fotografia è impietosa. Secondo il rapporto, nel 2024 sono nati 370.000 bambini, segnando un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente. Il tasso di fecondità è sceso a 1,18 figli per donna, il minimo storico. L’età media al parto è salita a 32,6 anni, segno di una maternità sempre più posticipata, sempre più difficile.
Ma il problema non è solo demografico: è strutturalmente sociale. Le madri italiane sono più precarie, meno tutelate, più povere. Il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 54 anni senza figli è del 68,9%. Ma per chi ha due o più figli minori, precipita al 60,1%. In confronto, gli uomini con figli sono premiati: il 91,9% dei padri con figli minori è occupato. Avere figli, per gli uomini, è un vantaggio. Per le donne, una condanna.
E qui entra in gioco il concetto di “child penalty”: le madri, quindici anni dopo la nascita del primo figlio, guadagnano il 57% in meno rispetto alle coetanee senza figli. Un divario che si aggrava nelle regioni dove i servizi per l’infanzia sono scarsi o inesistenti: Sud, Isole, aree interne.
Le madri single, definite nel rapporto “le equilibriste tra le equilibriste”, sono le più penalizzate. Nel 2024, i nuclei monoparentali con almeno un figlio minorenne sono 1.141.000: di questi, 953.000 sono madri, solo 188.000 padri. Il rischio di povertà per una madre sola è al 41,3%, contro il 27,6% per i padri soli. Una forbice che racconta tutto: le donne reggono da sole il carico della cura, ma vengono abbandonate dalle istituzioni.
A peggiorare il quadro, anche il lavoro povero. Una donna su quattro in Italia (26,6%) è a rischio di salario insufficiente. Tra le madri con figli con disabilità, il tasso di abbandono lavorativo sale al 35%. Non solo: quelle che restano nel mercato del lavoro guadagnano in media il 15% in meno delle colleghe con figli senza disabilità.
Il dossier mette sotto accusa il welfare familistico all’italiana, che scarica il lavoro di cura sulle famiglie senza offrire un reale supporto. Bonus, assegni, aiuti: misure spot che non incidono sulle cause profonde della disuguaglianza. Nel 2022 l’Italia ha speso solo l’1,5% del PIL per le famiglie, molto meno di Francia (2,2%) e Germania (3,4%).
“Essere madre in Italia è un esercizio di equilibrismo quotidiano, fatto di rinunce, precarietà e solitudine”, si legge nel rapporto.
“Senza una rete di servizi e diritti, la maternità diventa una scelta eroica e penalizzante.”
E allora, cosa serve? La risposta è semplice e brutale: più asili nido, più tutele, più investimenti, più giustizia sociale. Perché non può essere normale che in un Paese moderno, avere un figlio significhi rischiare la povertà.
Il dossier si chiude con un appello chiaro: servono politiche strutturali, non elemosine. Le equilibriste non devono più camminare sul filo. Meritano una rete. Una vera.






