«A volte ho la sensazione di aver perso un sacco di tempo. Perché? Perché non è cambiato nulla»
Sono queste le parole sconfortanti di Rosaria Capacchione rilasciate in una intervista a Nello Trocchia sul Domani, a seguito della sentenza di qualche giorno fa.
Ma partiamo dall’inizio e da un altro fatto.
Siamo a luglio 2017 e il giornalista Nello Trocchia si trovava a Vieste in provincia di Foggia, per conto della trasmissione Nemo, dove stava effettuando un’inchiesta giornalistica sui montanari della mafia foggiana a seguito dell’omicidio di Omar Trotta.
Nello Trocchia, insieme all’operatore Riccardo Cremona, erano gli unici giornalisti presenti e, nel video che potete guardare qui, ad un certo si avvicina qualcuno, Filippo Trotta, e picchia violentemente il giornalista. La questione è semplice, soprattutto allora: non si deve parlare della mafia foggiana.
Il 12 marzo di quest’anno arriva la sentenza della seconda sezione penale del Tribunale di Foggia, presieduto dalla giudice Maria Giovanna Gallipoli: condanna ad un anno per Filippo Trotta e risarcimento per le parti civili e pagamento delle spese processuali.
Grazie a questa, possiamo dire storica sentenza, si può dire che picchiare giornalisti è finalmente reato.
Alessandra Costante, segretaria generale della Fnsi, la segretaria regionale, Geppina Landolfo e il commissario dell’Unione nazionale cronisti, Claudio Silvestri affermano che è importante questa sentenza perché
“sancisce un principio che riteniamo fondamentale, quello della professione giornalistica come servizio pubblico. La decisione della giudice va nella direzione di quello che da tempo chiediamo al legislatore: la necessità di inserire un’aggravante per chi aggredisce un giornalista, così come è stato già fatto per le professioni sanitarie. Ringraziamo l’avvocato Giancarlo Visone, già autore dei ricorsi che hanno portato alla cancellazione del carcere per i cronisti, che ha da subito proposto questa ipotesi di reato”
Infatti Trotta è stato condannato sia per interruzione di pubblico servizio che per lesioni e violenza privata.
Dal 2017, data episodio del fatto, la sentenza è arrivata quest’anno.
È andata peggio, a livello di tempi, ai giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione che di anni ne hanno dovuti aspettare 17 affinché la corte d’appello di Roma si pronunciasse sulle minacce riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso già in primo grado e confermate adesso in appello. Il riferimento è alla lettura della lettera dove si minacciavano i due giornalisti all’interno di un’aula giudiziaria nel 2008.
Da quel momento le vite di Saviano e Capacchione sono cambiate, sono state blindate vivendo sotto scorta.
Le condanne sono state confermate per il boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti già in regime di carcere dure dal 1993, e per il suo avvocato Michele Santonastaso.
Alla lettura della sentenza Saviano scoppia in un pianto liberatorio e, all’uscito dall’aula commenta:
“Mi hanno rubato la vita. Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno ma ho la dimostrazione che la camorra in un’aula di tribunale, pubblicamente, ha dato la sua interpretazione: che è l’informazione a mettergli paura. Ora abbiamo la prova ufficiale in questo secondo grado che dei boss con i loro avvocati firmarono un appello dove misero nel mirino chi raccontava il potere criminale. E non attaccarono la politica ma il giornalismo insinuando che avrebbero ritenuto i giornalisti, e fu fatto il mio nome e quello di Rosaria Capacchione, i responsabili delle loro condanne. Non era mai successo in un’aula del tribunale in nessuna parte del mondo.”.
Questa sentenza, però, arriva da un lungo e tortuoso percorso, durato a punto 17 anni, fatto di rinvii, sentenze, annullamenti di sentenze e trasferimenti per competenza territoriale.
Rosaria Capacchione, in una interessante intervista rilasciata a Nello Trocchia per il Domani, racconta questi 17 anni, del cambiamento della sua vita, di come si sono evoluti i casalesi e dei vuoti dal punto di vista persecutivo dei reati.
Ma sulla sentenza afferma:
“(il verdetto, ndr) Racconta l’impresa titanica che bisogna affrontare ogni volta che sei parte offesa in un procedimento. Una lotta esasperante, se non sei forte, rinunci. Rinunci per il tempo sprecato, le giornate perse, i costi sostenuti. Noi siamo cittadini privilegiati perché abbiamo una rete di protezione anche legale, ma un cittadino qualunque no. E c’è un altro aspetto, troppe volte ignorato, legato al potere dei clan. In questo tempo di attesa di giustizia si sedimenta un vuoto di tutela che viene riempito da altri soggetti: la mafia interviene quando lo stato non c’è. L’attesa lunga può essere tollerata e sopportata se si hanno i mezzi, la pazienza e un grande senso etico”
Quindi quest’anno si è arrivati a due sentenze molto importanti: colpire e minacciare i giornalisti è reato.
Ma oggi ne vale ancora la pena?
immagine copertina creata con IA





