Amal Khalil. L’ennesima giornalista assassinata. Questa volta in Libano.
La lista, in continuo aggiornamento e aumento, dei giornalisti uccisi durante il loro servizio a partire dal 10 luglio in Israele e Gaza. Notizie sempre peggiori dal resto dell’area MENA. Un quadro completamente disarmante. In cui tutta la narrazione mondiale dei grandi media sembra voler individuare solo due grandi gruppi che si contrappongono: il governo sionista estremo di Netanyahu e il radicalismo islamista violento di Hamas.
Una visione riduttiva?
Virginia Fiume, un nome ormai storico dell’attivismo per gli Human Rights e la pace, co-fondatrice, assieme a Marco Cappato, del movimento paneuropeo EUmans, e ora ricercatrice accademica sui Peace Studies — con una battuta, a compimento finale della sua carriera, “adesso sta studiando se stessa” — ci dà un quadro molto diverso rispetto alla narrazione dominante.
Partendo dalla sua esperienza diretta in Palestina e dal libro pubblicato che ne seguì, e dalla tesi di Master alla SOAS che rielaborò in base alle sue osservazioni, che cosa possiamo dire?
Sebbene tutto questo risalga al 2010-2011, la situazione è rimasta la stessa, fino allo sconvolgimento del 10/7: “la storia molte volte corre lentamente ed esplode poi nell’improvviso”, dalle parole di Virginia.
La prima cosa importante. I movimenti. Ovvero, una serie di componenti politiche e sociali movimentiste, pacifiste, presenti sul territorio, non schierati con il governo o con la controparte radicale islamica.
La seconda cosa, ancora più importante. L’anticipazione della ormai contemporanea involuzione politica negativa del populismo di destra europeo con i vari casi Orban e simili, proprio su questa sponda opposta del Mediterraneo.
La formazione delle attuali coalizioni religiose ultraestremiste e antidemocratiche sioniste e del corrispettivo ideologico e religioso islamico Hamas, si sono riflesse e trasposte nell’Europa attuale dei vari sovranismi, radicalismi, estremismi religiosi, suprematismi. Ma quale è il fattore primario per importanza in Israele e Palestina?
La presenza stessa dei movimenti, la loro stessa esistenza e persistenza.
Dai Refusnik, dissidenti e disertori dell’esercito israeliano, ad associazioni di volontariato comuni ai due popoli su varie problematiche — dalla raccolta delle olive a supporti sanitari — a esempi come Stand Together, movimento associazionista composto dalle due componenti, fino a tutta una galassia variegata di organizzazioni, contestazioni, insorgenze nascoste, che vanno da un sionismo moderato a progetti di riforma totale dello Stato israeliano, quasi sempre attuate in modo congiunto dalle due comunità, araba/palestinese ed ebraica sionista.
Ma quale è a questo punto il problema principale e, se vogliamo, quello che risulta più grave?
L’invisibilizzazione di tutta questa realtà alternativa allo stato di cose. Sinteticamente. Esiste certamente tutto questo, ma all’80% è meglio far sapere all’esterno molto poco.
Fino ad arrivare al paradosso dei cosiddetti “Sionists After Gate”, ovvero gli arabi nati nel territorio israeliano dopo il 1948, cittadini di Israele a tutti gli effetti, ma soggetti a discriminazione. E per arrivare ancora alla situazione della cosiddetta ONGizzazione di tutti questi movimenti e realtà, ormai che vivono soprattutto e in maggior parte di contributi esterni, aiuti.
È un quadro molto diverso dalla visione descrittiva dominante di scontro violento contrapposto, che però ha una aggravante: di essere invisibilizzato agli occhi degli spettatori del resto del mondo.
Questo e tanti altri dettagli in questa intervista e intervento di Virginia Fiume.





