Nella video intervista rilasciata a WordNews.it, Giovanni Impastato, fratello di Peppino, restituisce la figura del militante di Cinisi. Un ragazzo animato da una radicale sete di giustizia, libertà, legalità e democrazia. Un giovane che ebbe il coraggio di compiere una rottura storica e culturale.
Peppino nasce dentro un ambiente segnato da legami mafiosi. Suo padre, Luigi Impastato, apparteneva a quel mondo. Giovanni lo dice con parole nette: Peppino era figlio di un mafioso, ma scelse di stare dall’altra parte. Rompere con la mafia, in quel contesto, significava rompere con il sangue.
La Sicilia degli anni Sessanta e Settanta era una terra dominata dalla cultura mafiosa, dal controllo sociale, dalla paura, dall’obbedienza. In quel mondo Peppino scelse la denuncia pubblica.
Le sue battaglie, racconta Giovanni Impastato, erano battaglie di civiltà.
Peppino lottava contro la mafia, ma anche contro la speculazione edilizia, contro il saccheggio del territorio, contro le guerre, contro le ingiustizie sociali. Si occupava di ambiente quando l’ambientalismo non era ancora diventato linguaggio comune. Parlava di Palestina, di pace, di diritti, di antifascismo, di contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto.
La notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, Peppino non tornò a casa. In famiglia lo aspettavano per cena. C’erano ospiti arrivati dagli Stati Uniti. Il ritardo, all’inizio, non destò particolare allarme: era periodo di campagna elettorale, Peppino era candidato con Democrazia Proletaria, passava le serate tra riunioni, discussioni politiche, incontri. Poi i compagni iniziarono a cercarlo. La mattina dopo arrivò la notizia. Peppino Impastato era stato ucciso.
Il suo corpo venne dilaniato sui binari della ferrovia. Subito dopo arrivò l’altra morte, costruita con la menzogna. Un depistaggio feroce, consumato in un’Italia già attraversata dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro, ritrovato morto proprio il 9 maggio 1978.
Giovanni Impastato racconta quei giorni.
In questa storia, accanto a Peppino, c’è una figura gigantesca: mamma Felicia. Una grande donna che rompe il codice del silenzio. Non accetta vendette. Non accetta la logica mafiosa del sangue. Ai parenti mafiosi che le propongono una risposta secondo le regole di Cosa nostra, risponde con una frase: non vendetta, ma giustizia.
La battaglia per la verità dura anni. Giovanni Impastato ricorda il lungo percorso giudiziario, la Commissione parlamentare antimafia, le condanne, il riconoscimento della matrice mafiosa dell’omicidio. Una verità storica che diventa anche verità giudiziaria.
Per Giovanni Impastato, Peppino oggi sarebbe ancora nelle piazze. Sarebbe accanto ai giovani che si mobilitano per la Palestina, contro le guerre, per la pace, per la difesa dei territori, per i migranti, per i valori della Costituzione italiana, per l’antifascismo.
Le mafie di oggi, spiega Giovanni, hanno cambiato strategia.
Non sono più soltanto quelle delle stragi, degli omicidi e degli attacchi frontali allo Stato. Sono mafie più silenziose, sommerse, capaci di infiltrarsi nel sistema economico, politico, finanziario, tecnologico.
L’antimafia, secondo Giovanni Impastato, ha bisogno di un salto di qualità. Non basta celebrare. Serve riconoscere le complicità, gli affari, le zone grigie. Serve educare le nuove generazioni.
La video intervista a Giovanni Impastato è una lezione politica, civile e morale.
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