A 34 anni dalla strage di via D’Amelio restano le domande, i depistaggi e una verità ancora mutilata. Altro che le propagandistiche vanterie governative sulla sedicente lotta alle mafie.
È questo il cuore della nuova puntata di “Informazione Antimafia”, condotta dal bravo collega Giuseppe Notaro, realizzata in collaborazione con WordNews.it, dedicata all’attentato del 19 luglio 1992 nel quale furono assassinati Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Ospiti della trasmissione i giornalisti Paolo Borrometi e Paolo De Chiara. Da Palermo, Antonino Schilirò ha raccolto le testimonianze di Stefano Mormile, fratello dell’educatore penitenziario Umberto Mormile, di Brizio Montinaro, fratello del caposcorta di Giovanni Falcone, Antonio Montinaro, e di Giovanni Paparcuri, sopravvissuto alla strage Chinnici e collaboratore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Borrometi: «Non siamo all’anno zero, oggi abbiamo le prove»
«Non tutto si sa. Forse non si sa niente», ha affermato Paolo Borrometi, ricordando il falso pentito Vincenzo Scarantino, le condanne ingiuste e i processi nati dal più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana.
Il giornalista ha respinto i tentativi di concentrare l’intera ricostruzione sulla pista mafia-appalti, richiamando i numerosi interrogativi ancora aperti sulle stragi del 1992 e del 1993, sul fallito attentato allo Stadio Olimpico e sul ruolo di ambienti esterni a Cosa nostra.
«Pasolini diceva: “Io so, ma non ho le prove”. Noi oggi abbiamo le prove, ma facciamo finta di non sapere», ha sottolineato Borrometi. Un richiamo diretto anche alla responsabilità del giornalismo, chiamato ad «abbracciare la dignità dell’articolo 21 della Costituzione» e a indagare quei “non detti” che continuano a circondare la stagione stragista.
De Chiara: «Commemorazioni vuote per sciacquarsi la coscienza»
Durissimo anche l’intervento del direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, che ha parlato di «commemorazioni vuote e propagandistiche», nelle quali molti esponenti delle istituzioni pronunciano i nomi di Falcone e Borsellino «semplicemente per sciacquarsi la coscienza».
De Chiara ha riportato al centro della discussione la scomparsa dell’agenda rossa, definita da Salvatore Borsellino «il corpo del reato», e il tentativo di ridimensionarne persino l’esistenza.
«Dopo 34 anni non c’è verità e giustizia. In questo Paese i depistaggi continuano perché non si vuole arrivare alla verità», ha affermato. Da qui la domanda che attraversa l’intera puntata: «Questo Paese la vuole o non la vuole la verità su questi fatti?».
Il direttore ha inoltre criticato gli attacchi rivolti a Salvatore Borsellino: «Invece di attaccarlo, le più alte cariche dello Stato parlino dell’agenda rossa. Dov’è finita l’agenda rossa di Paolo Borsellino?».
Le testimonianze da Palermo
Stefano Mormile ha ribadito la necessità di continuare a informare e a “dare fastidio”; Brizio Montinaro ha descritto questi 34 anni come «un tempo congelato», una ferita ancora aperta per i familiari delle vittime.
Giovanni Paparcuri ha invece denunciato lo sfruttamento politico della figura di Borsellino, ricordando come il magistrato, oggi celebrato da tutti, fosse stato osteggiato e isolato quando era ancora in vita: «Dobbiamo ricordare il giudice Paolo Borsellino e l’insegnamento che ha lasciato».
Nel finale il caso Sebastiano Ardita
La puntata si chiude con la vicenda della mancata nomina di Sebastiano Ardita a procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, incarico che lo avrebbe portato a ricoprire, di fatto, il ruolo di vice del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.
Un ultimo interrogativo: perché una figura con l’esperienza e i titoli di Sebastiano Ardita è stata nuovamente esclusa da un incarico di vertice nella lotta alle mafie?
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