L’inarrestabile ascesa delle dipendenze a livello globale continua a evolvere e oggi il fenomeno viaggia su un doppio binario: da un lato l’abuso crescente di sostanze stupefacenti, che colpisce oltre 330 milioni di persone nel mondo (un incremento del 5,2% in soli 10 anni) e dell’alcol; dall’altro l’esplosione delle “nuove” dipendenze, alimentata da iperconnessione, social, IA e videogiochi.
La dipendenza digitale
Negli ultimi due decenni si è assistito a livello globale a un trend crescente di “dipendenza digitale”, in particolare per quanto riguarda l’uso di smartphone (27% della popolazione), social media (17%), internet (14%) e videogiochi (6%) con gli adolescenti, anche in Italia, come categoria più esposta. “Le nuove dipendenze nel nostro Paese non si fermano alle droghe più note, ma si stanno evolvendo in disfunzioni comportamentali legate anche a social e IA. Il vero rischio è riconoscere troppo tardi i segnali di questi ragazzi che stanno male e manifestano il loro malessere in questo modo. Importante è che i genitori e gli adulti ci siano, siano in grado di riconoscere i sintomi e i segni della sofferenza e accompagnino i giovani nel percorso di cura”, avverte il prof. Gabriele Sani, psichiatra e responsabile del CEPID del Policlinico Gemelli di Roma.
Il tema è al centro di un confronto anche a livello internazionale. Con una risoluzione votata lo scorso novembre, il Parlamento europeo ha chiesto che venga fissata a 16 anni, l’età minima per accedere alle piattaforme social. Secondo gli esperti, tuttavia, il divieto può rappresentare uno strumento di tutela, ma non può sostituire un percorso educativo strutturato.
Dalle sostanze chimiche di nuova generazione che invadono silenziosamente il mercato alle stanze buie dove la dipendenza si consuma in solitudine davanti a uno schermo. La dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder, IAD) è un disturbo noto alla scienza con gravi ripercussioni sulla vita quotidiana, sulle relazioni sociali, sul rendimento scolastico o lavorativo e sulla salute mentale e fisica dell’individuo. Il concetto di IAD è stato introdotto per la prima volta dallo psichiatra Ivan Goldberg nel 1995, prendendo come modello di riferimento il gioco d’azzardo patologico.
Ma oggi i rischi per i giovani sono aumentati al punto che il mondo giovanile vive un disagio fluido, sommerso e multiforme, che si muove a una velocità tale da lasciare le famiglie prive di strumenti per intercettarlo. Una transizione in cui il concetto stesso di “droga” si è ridefinito, abbracciando non solo le molecole tradizionali, ma anche comportamenti digitali compulsivi capaci di alterare i circuiti cerebrali del piacere e della ricompensa esattamente come una sostanza stupefacente. A lanciare un forte grido d’allarme il prof. Gabriele Sani, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria Clinica e d’Urgenza, responsabile del CEPID (Centro Psichiatrico Integrato di Ricerca, Prevenzione e Cura delle Dipendenze) del Policlinico Gemelli di Roma: “Le dipendenze non si fermano più soltanto alle sostanze stupefacenti classiche, purtroppo sempre drammaticamente diffuse, ma si stanno evolvendo in gravi disfunzioni comportamentali e digitali – spiega il prof. Gabriele Sani – I dati confermano che decine di migliaia di adolescenti italiani soffrono o sono a forte rischio di dipendenze comportamentali. Parliamo di un uso compulsivo e patologico della tecnologia nelle sue varie forme: dal generico tempo passato davanti a uno schermo a social network, videogiochi etc.
Queste dinamiche agiscono sugli stessi network cerebrali stimolati dalle sostanze stupefacenti, compromettendo seriamente lo sviluppo psicologico, relazionale ed educativo dei nostri ragazzi. Il rischio maggiore risiede nella natura ‘invisibile’ di queste dipendenze: consumandosi spesso all’interno delle mura domestiche, attraverso uno smartphone o un computer, i genitori rimangono del tutto ignari del dramma che stanno vivendo i propri figli, scambiando l’isolamento per semplice timidezza o abitudine generazionale. Inoltre, quando il problema si rende evidente, si tende spesso a voler risolvere il sintomo rapidamente, senza saper affrontare il malessere di fondo alla base della dipendenza stessa. Questi ragazzi sovente hanno un disagio o una vera patologia psichiatrica che si manifesta attraverso la dipendenza. Dobbiamo sì lavorare su questa, ma anche sulla situazione psichica di base del ragazzo e sul contesto familiare e relazionale nel suo insieme”.
Ad avvalorare l’allarme un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica “Frontiers in Psychology”, negli ultimi due decenni si è assistito a livello globale a un trend crescente di dipendenza digitale, in particolare per quanto riguarda l’uso di smartphone (27% della popolazione), social media (17%), internet (14%) e videogiochi (6%), con gli adolescenti come categoria più esposta all’influenza delle tecnologie digitali. Nello specifico, secondo un’analisi pubblicata a giugno sulla rivista scientifica “Archives of Psychiatric Nursing”, un adolescente su 4 a livello globale (25%) presenterebbe un uso problematico o assimilabile a dipendenza dai social network, mentre un recente studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA), evidenzia come la dipendenza da smartphone riguardi ormai la stragrande maggioranza degli adolescenti, con il 49,2% dei ragazzi che mostra livelli di dipendenza elevati, a cui si aggiunge un 24,6% che registra una crescita esponenziale dei sintomi già entro i 15 anni. Nel mirino anche i videogiochi, con il 41,1% dei giovani che presenta un uso ad alto rischio di dipendenza.
“Questi ragazzi non stanno semplicemente attraversando una fase difficile o un momento di ribellione: soffrono e vanno aiutati e curati. Occorre strutturare percorsi di prevenzione e cura integrati, che uniscano il supporto psichiatrico alla riabilitazione comportamentale e al sostegno familiare. Soltanto attraverso un’alleanza terapeutica solida tra scuola, famiglie e centri specializzati come il CEPID possiamo squarciare il velo di isolamento in cui questi giovani si sono rifugiati, restituendo loro una prospettiva di vita reale, autentica e libera da ogni forma di schiavitù, sia essa chimica o virtuale”, prosegue il prof. Sani.
Il fenomeno compagni IA
Anche l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale tra i giovanissimi è in crescita: secondo il report “European children’s use and understanding of generative AI” curato dal network di ricerca internazionale EU Kids Online (EUKO), oggi in Europa il 72% dei minori tra i 13 e i 17 anni si affida abitualmente all’IA Generativa (contro solo il 28% che dichiara di non farne alcun uso). È in questo scenario che s’inserisce l’analisi della situazione italiana, dove il confine tra il disagio psicofisico e quello virtuale si fa sempre più labile. Secondo quanto emerge dalla “Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze”, nel 2025, quasi 350 mila studenti under 18 hanno riferito di aver utilizzato almeno una sostanza illegale nel corso dell’anno, pari al 23% della popolazione scolastica minorenne, in aumento rispetto al 2024 (+20%), con cannabis e cocaina come sostanze più diffuse. Al consumo di sostanze si affiancano inoltre i comportamenti a rischio legati all’uso delle tecnologie digitali: circa 15mila studenti di età compresa tra gli 11 e i 13 anni presentano comportamenti riconducibili alla “social media addiction”, e 111mila studenti (7%) risultano a rischio di internet gaming disorder.
Il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo lo scorso maggio ha pubblicato il documento “Health and wellbeing in the age of artificial intelligence”, che elenca esplicitamente tra i rischi per la salute mentale dei giovani la dipendenza emotiva dai chatbot, il pensiero delirante e, nei casi più gravi, l’ideazione suicidaria.
Il rapporto cita lo studio del 2025 secondo cui i chatbot “generalmente non sono attrezzati per fornire una risposta clinica adeguata” e possono in certi casi “aggravare una crisi di salute mentale”. Sullo sfondo, i dati Eurostat del 2025 mostrano che il 63,8% dei giovani europei tra i 16 e i 24 anni usa già strumenti di IA generativa, una quota quasi doppia rispetto alla media della popolazione adulta.
E ancora. Un’indagine condotta su 3.800 giovani tra gli 11 e i 25 anni in Francia, Germania, Svezia e Irlanda ha rilevato che uno su due discute con i chatbot di argomenti intimi, mentre solo il 32% sa cosa accade ai propri dati. Ricerche parallele dell’Università di Stanford hanno documentato che i sistemi di IA emotivamente immersivi, usati da soggetti vulnerabili, possono “rinforzare la ruminazione, la disregolazione emotiva e l’uso compulsivo.
Uno scenario quale quello descritto impone non tanto il divieto di utilizzo quanto l’assunzione di responsabilità da parte delle piattaforme digitali nella protezione dei bambini e degli adolescenti, eliminando le funzionalità che favoriscono dipendenza, manipolazione ed esposizione a contenuti dannosi. Condivido la posizione assunta dalla commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo, che ha approvato martedì 14 luglio una relazione sulla sicurezza dei minori nell’ambiente digitale con 17 voti favorevoli, tre contrari e quattro astensioni. La sicurezza dei giovani non può dipendere esclusivamente dalla vigilanza dei genitori o dalla capacità dei giovani utenti di riconoscere i rischi.
Le piattaforme dovrebbero, invece, applicare sistematicamente i principi della protezione dei dati fin dalla progettazione, della sicurezza come impostazione predefinita e della progettazione adeguata all’età. Le aziende dovrebbero, in buona sostanza, rimuovere le caratteristiche progettate per prolungare in maniera compulsiva il tempo trascorso online, limitando i meccanismi persuasivi che sfruttano le vulnerabilità psicologiche dei minori.
Il testo elaborato dal Parlamento europeo segue la consegna alla Commissione europea del Rapporto dal titolo “Child Safety Online: Protecting and Empowering Minors in a Digital World” redatto dai copresidenti del panel di esperti, l’epidemiologa e direttrice di ricerca dell’Inserm Maria Melchior e il direttore del Dipartimento di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Centro medico universitario di Ulm Jörg M. Fegert.
Nel rapporto, il panel di esperti raccomanda all’UE di introdurre una soglia armonizzata per limitare l’accesso dei minori di 13 anni ai social media e agli altri servizi digitali considerati rischiosi, imponendo alle piattaforme l’onere di dimostrare che i propri prodotti sono sicuri e adeguati all’età. Secondo la relazione, la scarsa comprensibilità dei sistemi di raccomandazione e dei meccanismi di moderazione impedisce ai giovani utenti di comprendere perché determinati contenuti vengano promossi, limitati o rimossi.
Questa opacità ridurrebbe la capacità dei minori di orientarsi consapevolmente online e potrebbe esporli con maggiore facilità a contenuti dannosi, disinformazione o forme di manipolazione commerciale.
Il Parlamento propone, inoltre, standard etici obbligatori per i cosiddetti “compagni IA”, sistemi capaci di simulare relazioni di amicizia o vicinanza emotiva. L’obiettivo è impedire che questi strumenti sfruttino le fragilità psicologiche dei minori o li inducano a sviluppare forme di dipendenza affettiva.
Le piattaforme dovrebbero contrastare, in particolare, la diffusione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale che impersonano giornalisti, professionisti dei media, celebrità o marchi riconoscibili. Tali pratiche costituiscono un rischio sistemico che richiede una maggiore attività di controllo ex Digital Services Act, regolamento generale sulla protezione dei dati, l’AI Act, direttiva sui servizi di media audiovisivi e una solerte implementazione del Digital Fairness Act.
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