Cosimo Cristina aveva solo 25 anni quando venne trovato morto sui binari della galleria Fossola, a Termini Imerese, il 5 maggio 1960.
All’epoca fu archiviato come suicidio. Ma la verità, quella scomoda, parlava già allora di mafia, silenzi, depistaggi e complicità.
Giornalista coraggioso, fondatore del periodico «Prospettive Siciliane» e collaboratore di testate come L’Ora di Palermo, Il Giorno, Il Messaggero, Il Gazzettino e l’ANSA, Cristina indagava sulle attività della mafia in Sicilia, in particolare nei territori di Termini Imerese e della vicina Caccamo.
I suoi articoli, diretti e senza sconti, avevano infastidito i boss locali, tra cui Agostino Rubino e Santo Gaeta, nomi emersi in seguito come possibili mandanti dell’omicidio di Cosimo Cristina.
Le indagini ufficiali si conclusero con la comoda versione del suicidio, supportata da un’autopsia contestata già all’epoca.
Solo sei anni dopo, grazie al lavoro di giornalisti coraggiosi come Mario Francese e – decenni dopo – Luciano Mirone, la verità tornò a galla. Il vice questore Angelo Mangano, lo stesso che arrestò Luciano Liggio, aveva redatto un rapporto segreto che parlava chiaramente di omicidio e depistaggi.
Ma il suo documento fu ignorato.
Fu solo nel 1999 che Luciano Mirone riportò alla luce quel fascicolo dimenticato, denunciando le contraddizioni evidenti e avviando una raccolta firme per riaprire il caso. Richiesta respinta, ma la battaglia per la memoria di Cosimo Cristina non si fermò.
Nel 2000, il Comune di Termini Imerese ha intitolato una via a Cosimo Cristina.
Nel 2010, una lapide è stata posta all’ingresso della galleria Fossola, e nel 2017 gli è stata dedicata l’aula magna di una scuola cittadina.
Oggi, raccontare la sua storia significa rompere quel silenzio che per anni ha protetto i mandanti mafiosi. Cosimo Cristina non è morto per un impulso personale, ma per la sua sete di verità.
Onorarlo significa difendere il diritto all’informazione libera e giornalismo d’inchiesta.
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