“Non è possibile in Italia salvaguardare l’istituzione democratica se si escludono i comunisti.”
È giovedì 7 giugno 1984. A Padova, in Piazza della Frutta, Enrico Berlinguer – segretario del Partito Comunista Italiano, classe 1922 – sale sul palco per un comizio elettorale in vista delle elezioni europee. Quel discorso sarà l’ultimo. Davanti a migliaia di persone, Berlinguer parla con forza, con lucidità e con passione. Ma il suo volto è provato. La sua voce trema. Poco dopo, viene colpito da un ictus. Morirà l’11 giugno, quattro giorni dopo. Aveva 62 anni.
Un discorso che è un testamento politico
Nel suo intervento, Berlinguer denuncia l’esclusione dei comunisti dal governo come un pericolo per la democrazia stessa. Ricorda la funzione di garanzia democratica esercitata dal PCI anche all’opposizione, il radicamento nei territori, il ruolo nelle lotte dei lavoratori, la difesa dei diritti civili e della Costituzione.
Si rivolge ai giovani, agli studenti, alle donne, alle forze cattoliche che hanno preso le distanze dalla Democrazia Cristiana, e chiama alla mobilitazione per una nuova Italia, diversa da quella della corruzione, dell’emarginazione sociale e dell’ipocrisia istituzionale.
“Nel mondo giovanile ci sono immense energie e potenzialità”
Berlinguer parla di università, cultura, lavoro, droghe, diritti negati. Sottolinea l’urgenza di una nuova progettualità per dare un senso allo studio, alla militanza, all’impegno.
“È viva l’esigenza di prospettive, di cambiamenti, di un futuro per il quale valga la pena di lavorare, di studiare, di guardare.”
Le sue parole sono un richiamo etico. Una bussola morale. Un invito alla responsabilità collettiva. Nessuna concessione alla retorica: solo la verità, anche quando fa male.
Un discorso interrotto dalla morte. Alle 21:20, mentre ancora parla, Enrico Berlinguer ha un malore improvviso. Vacilla, si asciuga il sudore, ma continua a parlare per altri 10 minuti.
“Basta, fermati, smetti!”. Ma lui va avanti, fino alla fine. Si aggrappa al leggio, determinato a concludere il suo comizio. “Votate tutti!” urla alla fine, tra gli applausi.
Viene portato d’urgenza all’ospedale di Padova. Muore l’11 giugno 1984. Quattro giorni dopo, l’Italia si ferma. Ai suoi funerali, a Roma, parteciperanno oltre due milioni di persone, in una delle più grandi manifestazioni popolari della storia repubblicana.
L’eredità di Berlinguer
Con lui si chiude un’epoca. Quella del comunismo italiano democratico, morale, costituzionale. Berlinguer ha rappresentato l’altra Italia, quella che voleva cambiare senza odiare, costruire senza distruggere, governare senza rubare. Le sue battaglie contro la corruzione (“la questione morale”), per la trasparenza, per l’austerità come scelta di civiltà, oggi tornano drammaticamente attuali.
Nel 2024, a quarant’anni dalla morte di Enrico Berlinguer, la sua voce è ancora viva. Quel discorso di Padova è un documento storico, ma è anche un testo profetico. Un grido che attraversa il tempo. Il suo invito a difendere la libertà, a costruire una democrazia partecipata, a lottare per una società giusta, è un’eredità che nessuna commemorazione può esaurire.
“Strada! Strada! Dialogate! Strada!”
Era il suo ultimo appello. Era il suo addio.
Ma per molti, è ancora un inizio.




