L’ufficializzazione della candidatura di Roberto Fico come nome del “campo largo” Pd–M5S è stata presentata come un punto di svolta. Giuseppe Conte è sceso a Napoli per investirlo ufficialmente, il Nazareno ha diffuso il comunicato, le foto sorridenti hanno fatto il giro dei social. Ma dietro quella facciata ordinata, i conflitti interni sono già esplosi.
Tre sono i nodi che dividono la coalizione: l’inceneritore di Acerra, il reddito di cittadinanza e la candidatura unica di Piero De Luca alla segreteria regionale del Pd. Tre questioni che, se affrontate seriamente, mostrano con chiarezza quanto sia fragile la costruzione del campo largo e quanto questa politica assomigli ancora alla vecchia politica.
Il termovalorizzatore di Acerra è diventato un totem. Per il Pd campano e per molti amministratori locali rappresenta la fine dell’emergenza rifiuti, una conquista di “modernità”. Per il M5S, invece, è l’emblema di un modello da superare, legato a vecchie logiche di gestione.
Roberto Fico ha dichiarato più volte la volontà di chiudere l’impianto e puntare su una gestione diversa dei rifiuti, fatta di prevenzione, riciclo spinto e tecnologie più sostenibili. Ma dall’altra parte c’è Vincenzo De Luca, che non molla di un millimetro: “Acerra non si tocca”. Non è solo una questione tecnica, ma politica. L’inceneritore diventa il terreno simbolico su cui misurare i rapporti di forza dentro la coalizione.
Eppure il nodo resta lì, irrisolto. Si promette di parlarne “più avanti”, come se bastasse rinviare il problema per cancellarlo. Ma un’alleanza che si candida a governare senza chiarire come intende gestire il ciclo dei rifiuti rischia di esplodere al primo banco di prova. Non è un dettaglio tecnico: è una questione di credibilità.
Poi c’è la partita del reddito di cittadinanza. Il M5S lo difende come bandiera identitaria, Conte e Fico rivendicano il diritto a riproporne una versione regionale, mentre De Luca continua a definirlo un “assistenzialismo improduttivo” che rischia di trasformarsi in bacino di voti e clientele.
In fondo, la domanda vera sarebbe un’altra: quale modello di welfare vogliamo per questa regione? Perché in Campania il problema non è mai stato il nome della misura, ma la sua sostanza. Un sussidio senza politiche attive è solo un cerotto su una ferita profonda; ma ignorare la povertà strutturale e il lavoro che non c’è è altrettanto miope.
Anche qui, però, la politica preferisce arroccarsi sugli slogan. Il Movimento difende il reddito “a prescindere”, il Pd lo usa come bersaglio per sembrare più rigoroso, e nessuno si assume il peso di costruire un progetto serio: sostegni temporanei, percorsi di formazione, incentivi veri all’occupazione. Soluzioni concrete che restano parole vuote nei programmi.
E mentre il centrosinistra prova a mostrarsi compatto, arriva l’altra immagine che incrina la narrazione del cambiamento: Piero De Luca, figlio del governatore, candidato unico alla segreteria regionale del Pd.
Nessuna regola infranta, certo. Ma le percezioni contano più dei formalismi. Agli occhi dei cittadini, il messaggio è chiaro: il partito regionale sembra sempre più un affare di famiglia. Le ricostruzioni parlano di un accordo sottotraccia: sostegno a Fico per la Regione in cambio della segreteria al figlio del governatore. Le smentite sono arrivate puntuali, ma il sospetto resta.
E questo sospetto è veleno. Perché come si fa a convincere un elettorato disilluso che questa volta sarà diverso, se la foto che arriva è sempre la stessa? Facce nuove, cognomi antichi, logiche immutate.
Il punto è che non è solo colpa dei leader, dei partiti, dei giochi di potere. È un problema collettivo. Abbiamo normalizzato una politica che promette cambiamenti radicali e poi si arena sui vecchi meccanismi di sempre: equilibri interni, dinastie, scambi di favori, programmi ambigui.
Abbiamo accettato per anni che le coalizioni si costruissero contro qualcuno e quasi mai per qualcosa, che le decisioni cruciali venissero prese altrove, che le nostre richieste contassero sempre meno. Abbiamo smesso di pretendere coerenza, trasparenza, responsabilità. E così siamo finiti in un gioco infinito in cui i nomi cambiano, ma la sostanza no.
Perché la verità è che la politica non è mai morta: siamo noi che le abbiamo permesso di trasformarsi in un’ombra di se stessa, in un esercizio di equilibrismo e di marketing. Se oggi vediamo alleanze fragili e candidature che puzzano di accordi sottobanco, è perché per troppo tempo abbiamo smesso di pretendere che la politica fosse politica vera: visione, confronto, coraggio delle scelte.
E finché continueremo a considerare accettabile questo sistema, continueremo a vederne gli stessi effetti: campagne costruite sui simboli ma senza contenuti, governi che litigano al primo ostacolo, cittadini sempre più lontani. Cambiano i nomi, restano le logiche. E questa, purtroppo, è la vera emergenza.





