Era dicembre, un’alba di dicembre, anche undici anni fa quando Roma fu scossa da una delle maggiori inchieste antimafia che si ricordi nella Capitale. Alla sbarra un sistema al cui centro c’era il «Mondo di Mezzo», quel ventre criminale in cui si incontrano e intrecciano, legandosi ad altri territori dello Stivale e con connessioni internazionali, mafie di ogni tipo, un fitto reticolo di clan e consorterie che dominava un esercito di manovalanza criminale del «mondo di sotto» al servizio degli interessi e degli affari dell’alta borghesia del «mondo di sopra».
Un «Mondo di Mezzo» che imperversa a Roma e dintorni, lungo tutto il litorale laziale, giunge a Latina, Ostia e affonda le sue radici anche in altre regioni e Stati. Dall’Abruzzo, il cui ventre oscuro criminale raccontiamo da cinque anni e che anche in queste settimane continua ad emergere inondano di droga tutta la costa servendo i salotti della Pescara bene (è cronaca di questi giorni) e non solo, all’Albania, alla Romania e altri Stati.
Tra gli egemoni in questo ventre oscuro, in questo «Mondo di Mezzo» famiglie come gli abruzzesi e molisani Casamonica, Spada, Di Silvio.
Sono passati due mesi dall’attentato contro Sigfrido Ranucci e la sua famiglia. Era la notte tra il 16 e il 17 ottobre scorso quando un potente ordigno è esploso contro l’auto del giornalista e conduttore di Report e contro l’auto della figlia.
Le indagini della Procura proseguono a ritmi serrati e il cerchio intorno agli attentatori si sta stringendo. Il mese scorso abbiamo raccontato come le piste più accreditate portano al «Mondo di Mezzo» romano, alla criminalità del litorale laziale e ai suoi clan. Tra cui le mafie albanesi, come abbiamo riportato il mese scorso, le ‘ndrine attive nel Lazio, quel mondo in cui si intrecciano ultras e malavita e i clan di camorra ormai presenti e attivi da decenni sulla scena capitale.
Il quotidiano Domani, in un articolo di Enrica Riera, delinea alcuni elementi emersi dalle indagini e dove stanno conducendo le indagini. «composto esplosivo al plastico, azionato con grande probabilità tramite un detonatore» la bomba dell’attentato, bombe «riconducibili, sempre in base a quanto trapela da ambienti investigativi, ai clan della malavita e, più in particolare, alle organizzazioni criminali mafiose di origine rom. Ci sarebbero dei precedenti, del resto, sull’utilizzo da parte dei gruppi assai consolidati sul litorale romano di ordigni costruiti in questo modo». Le tracce, indicate anche dallo stesso Ranucci agli inquirenti nei giorni successivi all’attentato, che conducono alla «criminalità locale, dalle famiglie di Ostia fino alla malavita albanese (come svelato da questo giornale, una segnalazione su boss albanesi è arrivata alla Direzione investigativa antimafia e poi finita agli atti del fascicolo)».
È stato ascoltato dagli inquirenti anche «l’ex agente del Sisde (oggi Aisi) Marco Bernardini in qualità di persona informata sui fatti» riporta Domani. «L’ex agente dei servizi segreti, condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per aver fatto dossieraggi illegali per conto della security di Telecom-Pirelli, aveva infatti preso parte a un servizio di Report: nel corso del servizio, firmato da Luca Chianca, Bernardini aveva avanzato la tesi per cui Ranucci fosse intercettato e seguito» sottolinea Reira.
Una lettera anonima giunta alla redazione di Report «avrebbe collegato all’attentato ambienti criminali della camorra e un presunto traffico di armi emerso in un altro servizio – prosegue l’articolo pubblicato dal quotidiano – Il servizio, firmato appunto da Autieri, riguardava un cantiere navale di Adria: quando il giornalista stava girando all’interno della struttura alcuni dipendenti avevano rinvenuto due casse di legno con dentro due mitragliatrici da guerra non registrate».





