In Molise, come nel resto del Paese, la sanità non è più soltanto un servizio. È diventata una linea di confine. Da una parte c’è il diritto alla salute, uguale per tutti. Lo possiamo leggere facilmente all’interno della nostra Carta Costituzionale. Dall’altra c’è un modello che spinge fortemente verso la cura a pagamento. Il privato. Che vogliono far passare come la panacea di tutti i mali.
Non è più una questione politica: Loro (destra, sinistra, centro, grillini) hanno miseramente fallito. Lo abbiamo scritto e continueremo a scriverlo. Ma il problema sono proprio loro, con le stesse giacche (che cambiano di colore secondo la convenienza del momento), le stesse facciacce, gli stessi culi flaccidi che siedono sulle stesse poltrone.
Difendere la sanità pubblica significa difendere la dignità. Quando la salute diventa un mercato, la società si divide in due categorie: clienti e scartati.
La sanità pubblica è l’unica garanzia
Un sistema pubblico serve a tutti. Anche a chi crede di potersi permettere sempre una visita privata. Il sistema pubblico è prevenzione, emergenza, ricoveri, terapie. Una rete che dovrebbe accudire se cadi. Negli ultimi trent’anni hanno fatto di tutto per tagliarla. Per ripetere la stronzata che il privato funziona meglio del pubblico. E grazie al cazzo.
Molti ignoranti dicono: “Il privato riduce le liste d’attesa”. Una frase troppo comoda e ingannevole. Il privato non nasce per garantire un diritto: nasce per fare utile. E l’utile, in sanità, si fa scegliendo cosa conviene. La salute, per questi soggetti che badano al soldo per le loro sfondate tasche, è diventata una merce. Ovviamente, stiamo parlando di fondi pubblici. Come sono bravi questi imprenditori della salute (non uguale per tutti) a fare affari con i soldi pubblici.
La trappola è semplice: si taglia il personale, i reparti e i servizi. Ecco come il servizio pubblico si ferma o rallenta. E se rallenta, la gente è costretta a cercare alternative. Pagando di tasca propria. E paga due volte, anche con le tasse. Un doppio pagamento che pesa su chi non riesce ad arrivare a fine mese.
Ma c’è di peggio: quando le cure diventano una spesa privata, molti rinunciano. Per necessità. Un intero territorio che si ammala: la popolazione si abitua a sopportare il dolore, a rimandare visite, a “stringere i denti”.
Il Molise non può accettare tutto questo
Una regione piccola e spesso isolata non può permettersi un sistema sanitario a due velocità. Le distanze pesano, i collegamenti non aiutano, l’emigrazione sanitaria diventa una nuova tassa (invisibile): costi di viaggio, tempo perso, stress, rinunce. Se il pubblico arretra nasce un deserto. E nel deserto guadagna chi propone e vende soluzioni a pagamento. La salute non è una merce.
Difendere la sanità pubblica non significa fare propaganda. Significa chiedere più personale, servizi territoriali, reparti che funzionino, tempi certi per visite ed esami, trasparenza. Possiamo riassumere tutto questo con una sola parola: rispetto per chi vive deve curarsi. Rispetto per la Costituzione italiana.
Non basta indignarsi
La sanità pubblica non si difende con un post. Non può essere difesa da chi ha creato, con la sua azione politica, un dissesto senza precedenti. La sanità pubblica si difende con la presenza, con il controllo, con la pressione costante. Quando le istituzioni si chiudono, la comunità deve unirsi, fare massa critica. Bisogna anche smettere di accettare la narrazione sbagliata, fantasiosa, tossica del “non si può fare”. Si può fare. Si deve fare. È una scelta politica.
I miracoli non esistono.
Esiste una classe dirigente (destra, sinistra, grillini) totalmente fallimentare. Esiste il privato che continua a fottere il pubblico. Esiste chi permette questo giochetto infernale, che va avanti da troppi anni. Esiste una informazione poco attenta e, a volte, complice su queste tematiche fondamentali. Ma deve esistere uno spirito critico diffuso che possa ostacolare questo disegno criminale.
Il 18 gennaio Isernia torna in strada
L’appuntamento del 18 gennaio alle ore 17 a Isernia, con la fiaccolata, non è una passerella. È un segnale. È un momento in cui la gente può urlare con fermezza: la sanità pubblica non si tocca.
Con una domanda semplice: “Voi, da che parte state?”
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