I colloqui di pace tra Iran e Stati Uniti, mediati dal Pakistan, appaiono ogni giorno più fragili. Il rischio di una rottura definitiva non è più un’ipotesi remota, ma uno scenario concreto che si intreccia con dichiarazioni sempre più aggressive, come quelle attribuite a Donald Trump sul poter “distruggere una civiltà in una notte e non farla più rialzare”. Parole che non restano sospese nell’aria, ma si inseriscono dentro un quadro internazionale già segnato da tensioni estreme, crisi irrisolte e un progressivo slittamento degli equilibri globali.
Dentro questo scenario, la lettura proposta da Emanuele Fiano rifiuta ogni semplificazione. Non si tratta soltanto di registrare il ritorno di figure autoritarie o il riemergere di fondamentalismi politici e religiosi. Il punto, molto più profondo, è comprendere come le democrazie stiano attraversando una fase di indebolimento interno, fino a rischiare di trasformarsi in forme di autocratura che continuano a usare il linguaggio e gli strumenti democratici per svuotarli dall’interno.
Da qui parte il primo nodo dell’analisi: la democrazia resta l’unico sistema capace di contrastare il proprio stesso deterioramento. Non esiste una scorciatoia esterna. È all’interno del sistema democratico, attraverso partecipazione, rappresentanza, confronto e scelta politica, che può maturare una reazione all’avanzata degli autocrati e delle leadership che piegano le istituzioni a una logica di forza.
Il secondo punto riguarda la crisi del diritto internazionale. Negli ultimi anni, e con un’accelerazione nel decennio 2020, si è assistito a un progressivo ridimensionamento del ruolo dell’ONU, a una marginalizzazione delle regole multilaterali e a un sostanziale svuotamento di quella distinzione originaria che, nel secondo dopoguerra, aveva contrapposto il campo delle democrazie a quello delle dittature. Oggi quella dicotomia non regge più con la stessa nettezza, e soprattutto non basta più a leggere la complessità del presente.
Il terzo elemento, forse il più decisivo, è che la crisi attuale non nasce all’improvviso. Non esplode semplicemente con Trump, Netanyahu o con le guerre degli anni Venti. È piuttosto il risultato di una lunga evoluzione, fatta di omissioni, rinvii, debolezze diplomatiche e incapacità politiche. Una sedimentazione lenta, quasi invisibile, che ha lasciato irrisolte questioni centrali per l’intero Medio Oriente.
Tra queste, Fiano richiama innanzitutto il tema della sicurezza dello Stato di Israele, una questione che accompagna la storia dell’area fin dalla fondazione dello Stato israeliano e dalle guerre con i Paesi arabi sorti nel secondo dopoguerra. In questa prospettiva si collocavano anche gli accordi di Oslo e l’idea dello scambio tra territori e sicurezza: un equilibrio difficile, mai davvero consolidato, che nel tempo ha mostrato tutti i suoi limiti.
A rendere ancora più instabile il quadro hanno contribuito altri fattori rimasti a lungo sottovalutati. Il riarmo di Hezbollah in Libano, nonostante missioni internazionali e rassicurazioni; il ruolo crescente dell’Iran nel sostegno ai suoi proxy regionali, dagli Houthi alle milizie sciite siriane, fino a Hezbollah e Hamas; la tolleranza internazionale verso leadership radicali rimaste per anni al riparo, come nel caso dei dirigenti di Hamas presenti a Doha. Tutti segnali di una inerzia globale che ha permesso alla crisi di incancrenirsi.
E mentre il conflitto tra Iran e Stati Uniti rischia di allargarsi, un altro fronte viene spinto ai margini: Gaza. La questione palestinese sembra scomparire dall’orizzonte delle priorità diplomatiche, mentre sul terreno restano macerie, distruzione e paralisi. Nessun vero processo di ricostruzione, nessun serio meccanismo politico di pacificazione, nessuna architettura internazionale credibile capace di affrontare il dopo. L’immagine evocata è quella di un paesaggio ridotto a un “Germania anno zero” permanente.
In questo contesto si inserisce anche un elemento ideologico sempre più inquietante: l’uso del millenarismo politico e religioso. Dalla giustificazione biblica della presenza dei coloni in Cisgiordania fino alle scene dei predicatori evangelici che pregano imponendo le mani su Trump, torna una politica che cerca legittimazione non nel diritto, ma in una presunta investitura superiore. Ed è proprio qui che la crisi investe in pieno l’Occidente democratico.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto il Medio Oriente o gli Stati Uniti. Riguarda l’intero spazio democratico. I casi di Orbán in Ungheria, Erdoğan in Turchia e, in forme diverse e meno estreme, le torsioni presenti anche in altri Paesi europei, mostrano che la transizione è già cominciata. È una transizione in cui la democrazia non viene abolita formalmente, ma viene lentamente compressa, svuotata, resa sempre più compatibile con leadership personalistiche, nazionalismi aggressivi e culture politiche illiberali.
Come uscirne? Per Fiano, la risposta non può che stare ancora una volta nella democrazia. Nella partecipazione dei cittadini, nella forza delle elezioni, nella capacità di costruire alternative politiche reali. Vale per gli Stati Uniti, ma vale anche per Israele, dove esiste una vasta e articolata opposizione a Netanyahu: forze molto diverse tra loro, che vanno da partiti arabi a formazioni moderate, pragmatiche, conservatrici e progressiste. Un fronte eterogeneo, attraversato da differenze profonde, anche sul tema dei due popoli e due Stati, ma comunque indicativo di una società che non si esaurisce nella sua leadership attuale.
Resta però aperta anche la questione palestinese, con l’incognita della successione alla leadership di Abu Mazen e la necessità di una classe dirigente palestinese capace di dialogo, autorevolezza e visione. Ed è proprio questo uno dei punti più delicati: nessuna soluzione potrà arrivare in tempi rapidi, né bastano nuovi governi o nuovi leader per sciogliere nodi che si trascinano da decenni.
Accanto alla leva democratica, Fiano individua un altro passaggio decisivo: il ritorno dell’Europa come soggetto politico vero. Non un’Europa che si limita a dichiarazioni di principio o a proteste verbali destinate a spegnersi nel vuoto, ma un’Europa capace di recuperare autonomia strategica anche rispetto agli Stati Uniti, sempre più inclini a muoversi ignorando gli alleati e calpestando il diritto internazionale quando lo ritengono funzionale ai propri interessi.
Il compito storico del continente, allora, dovrebbe essere quello di tornare a essere garante e mediatore, recuperando quella vocazione originaria che apparteneva ai fondatori dell’idea europeista: una visione liberale, progressista e democratica, capace non solo di denunciare i conflitti, ma di costruire strumenti reali per prevenirli e fermarli. Perché il punto, oggi, non è soltanto capire come evitare una nuova guerra. È decidere se le democrazie vogliono ancora salvarsi da sole, prima che sia troppo tardi.





