Si terrà l’11 settembre alle ore 21 a Casalbordino una nuova assemblea cittadina della mobilitazione sorta dopo la terza esplosione in sei anni, sette le vittime, alla ex Esplodenti Sabino.
«Interrompere la catena di morti, non vogliamo più piangere lavoratori vittime»
L’incontro pubblico si terrà alle ore 21 nei locali dell’oratorio parrocchiale grazie alla disponibilità del parroco don Silvio Santovito che, dopo la prima assemblea cittadina e i fatti del luglio scorso, in una articolata lettera aperta ha condiviso parole nette, forti, frutto dell’ascolto della sua comunità, del dolore delle persone.
«Non una parola contro la produzione di morte a qualche chilometro da casa nostra»
«Parole cordoglio diventano vuote se non sono accompagnate da scelte coraggiose»
Alla mobilitazione dopo sette morti in sei anni, un decimo del totale dei lavoratori secondo rilevazioni del Forum H2O, il costituendo comitato aggiunge una netta presa di posizione sul futuro dello stabilimento in contrada Termine: «Basta fabbriche di morte!» ponendo al centro della mobilitazione «la tutela dei lavoratori» e la «tutela del territorio».
Alla strage dei lavoratori che avviene ogni anno in Italia, all’altissimo numero di morti sul lavoro, è stato dedicato uno degli incontri durante la recente rassegna “Ariel a Castello” a Casoli. Al centro dell’incontro il libro “Corpi al macello” di Giovanni Mancinone che si è confrontato con Franco Spina, dirigente della Cgil.
Un capitolo del libro di Mancinone, giornalista e scrittore, è dedicato a Casalbordino, allo stabilimento in contrada Termine oggi di proprietà della Arca Defense Italy, e ai lavoratori che vi sono morti con anche una testimonianza di Emilio Di Cola, combattivo e generoso dirigente e militante della Cgil scomparso a fine luglio.
Tre sono i lavoratori morti negli anni novanta, il primo nel 1992 e due in una cava a Rapino quattro anni dopo. Sette morti negli ultimi sei anni ma il bilancio poteva essere più grave. Nel 2009 un lavoratore di San Salvo divenne una torcia umana dopo una esplosione. Fonte dell’informazione i Carabinieri citati dal collega Gianluca Lettieri su Il Centro: tra il 2012 e il 2017 ci furono cinque episodi classificati come “quasi incidenti”. A luglio il figlio di Carlo Piscopo un quarto d’ora prima circa era tornato a casa e un altro lavoratore è riuscito ad allontanarsi in tempo e salvarsi. Perché questa ricostruzione, proposta al termine dell’incontro con Mancinone e Spina, parte dal 2009? Perché il piano di emergenza esterno, in applicazione delle direttive Seveso, è datato 2008. Il 15 luglio abbiamo inviato accesso civico alla prefettura di Chieti e ci è stato inviato lo stesso piano di 3 anni fa.
È datato 2008 il Piano di Emergenza Esterno dello stabilimento in cui sono morti 7 operai in 6 anni
Una domanda viene spontanea, da profani. Nel 2015 è cambiata la legge, prima dell’esplosione di luglio abbiamo avuto sei morti e cinque “quasi incidenti” e l’esplosione del 2009. Com’è possibile che non sia mai stato modificato il piano? Una circostanza che a noi ci stupisce e, quindi, continuiamo a porre la domanda. Probabilmente ci sarà una qualche spiegazione tecnica-legislativa, forse siamo noi che non siamo a conoscenza di ciò. Ma l’abbiamo (ri)posta durante l’incontro a Casoli.

Durante l’incontro a Casoli Franco Spina ha citato Emilio Di Cola, morto il 28 luglio, esattamente un mese dopo è iniziato “Ariel a Castello” che si è concluso parlando di morti sul lavoro e di vicende a cui lui ha dedicato tutta la vita. Nel libro “Corpi al macello” Giovanni Mancinone racconta che Emilio gli mandò un messaggio «Sono uscito dall’ospedale, vediamoci, facciamo subito». Emilio stava già molto male. Il 13 settembre 2023, quando ci fu la seconda esplosione e morirono tre lavoratori, Emilio ha raccontato che si trovava in Val di Sangro. «Non resistetti, mi feci forza e andai sul posto» racconta Emilio nel libro. Venne e noi tutti i giornalisti che eravamo presenti l’abbiamo ripreso che piangeva. Ci sono ancora le immagini.
Il 9 luglio, appena seppe la notizia, lui era ricoverato. Mandò un messaggio a Tiziana Magnacca, assessore regionale alle attività produttive e originaria di San Salvo come Emilio, «Io sto lottando per vivere, ci sono dei colleghi che muoiono». Lo chiamai il giorno dopo perché volevo avere certezza di chi poteva essere per la stampa il riferimento nella Cgil in quanto, per problemi gravi di salute, lui non poteva più. Era molto affannato nel parlare, quasi non riusciva in alcuni secondi. Mi son preoccupato e lui ha risposto che stava solo facendo fisioterapia e poi iniziò a chiedere notizie sul lavoratore morto, sul lavoratore ferito, su cosa era potuto accadere. Una lunghissima telefonata in cui continuava a ripetere che l’affanno era dovuto solo alla fisioterapia. Non era così, purtroppo, ma in quel momento non potevamo saperlo. Nel pomeriggio ebbe un infarto e fu operato d’urgenza.
Qualche giorno prima di morire, si trovava in ospedale, mandò un messaggio continuando ad esortare all’impegno civile, alla battaglia per il diritto alla salute e i diritti dei malati, pose alcune questioni. Stava male, doveva pensare a se stesso e alla sua salute. ma per un militante vero, appassionato e straordinario come Emilio pensare solo a se stesso è stato sempre praticamente impossibile, un cuore troppo grande per non pensare agli altri e a quanto c’è da lottare in questo mondo. La risposta al suo messaggio, la speranza che almeno in parte nel cuore voleva resistere, fu ci sarà tempo. Purtroppo così non è stato e ci ha lasciato una decina di giorni dopo. Emilio Di Cola il tempo non l’ha più avuto, noi si e dovremo utilizzarlo anche per onorare la sua memoria.



