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Un Paese che non vuole vedersi: il grido di un sistema che non cura

Un Paese che ignora il proprio dolore e smantella i suoi presidi sociali non può fingere sorpresa davanti alle tragedie: la fragilità non è un caso, è una responsabilità collettiva tradita.

by CARLA NAPOLITANO
22 Novembre 2025
in Approfondimenti
Reading Time: 8 mins read
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C’è un punto, nel racconto collettivo di questi giorni, in cui tutte le notizie sembrano toccare la stessa corda, anche se parlano di storie diverse. È come se l’Italia stesse attraversando una fase in cui le sue fragilità vengono a galla tutte insieme, senza più nascondersi, senza più la possibilità di essere ignorate. Eppure la reazione resta sempre la stessa: minimizzare, spostare lo sguardo altrove, cercare un capro espiatorio, mai una soluzione. È il movimento istintivo di un Paese che continua a non volersi vedere per ciò che davvero è diventato.

Madri che uccidono figli, fratelli che uccidono le proprie sorelle. E’ uno squarcio brutale in questa nebbia. E’ l’ennesimo racconto estremo da ingoiare e metabolizzare in poche ore. È la dimostrazione che la salute mentale, in Italia, resta un tema affrontato con un misto di superficialità, paura e stigma. Se ne parla per poche ore, ci si indigna, si punta il dito sul singolo gesto. Nessuno affronta l’unica domanda che conta: dove erano le istituzioni prima? Quali strumenti aveva quella donna? Quali servizi, quali reti, quali possibilità di chiedere aiuto?

Le norme che regolano la salute mentale sono ferme da decenni, incapaci di leggere un presente in cui il disagio cresce, cambia forma, si intreccia con la precarietà economica, la solitudine sociale, la pressione digitale. I servizi territoriali sono talmente sottofinanziati da diventare luoghi di attesa, non di cura: liste chilometriche, personale insufficiente, psicologi costretti a fare miracoli con budget sempre più ridotti. In alcune regioni avere accesso a un percorso pubblico è quasi impossibile; altrove la qualità dipende dalla buona volontà dei singoli operatori. È un sistema che non regge più, ma nessun governo – questo incluso – mostra la volontà politica di affrontarlo con una riforma organica, seria, strutturale.

E poi c’è la scuola, che dovrebbe essere il luogo dove tutto questo si intercetta per tempo. La scuola come presidio di comunità, come casa aperta, come primo radar sociale del disagio giovanile e familiare. Negli ultimi mesi, però, la direzione scelta dal governo sembra andare esattamente nel senso opposto. I fondi destinati alla scuola pubblica diminuiscono, mentre aumentano quelli riservati agli istituti privati. Una strategia che si presenta come “libertà educativa” ma che nella pratica produce un divario sempre più profondo: chi può permetterselo avrà opportunità, strutture, sostegno; chi non può resterà in edifici fatiscenti, con organici insufficienti, con programmi che non riescono più a parlare del presente.

È una scelta politica precisa, camuffata da neutralità. Ed è una scelta che colpisce i ragazzi in modo diretto. Ragazzi che già vivono un disagio crescente, documentato da tutte le ricerche: ansia, depressione, isolamento, burnout scolastico, autopercezione distorta. Ragazzi che spesso trovano in classe l’unico adulto disposto ad ascoltarli. Ragazzi che, quando esplodono, diventano immediatamente “il problema”, senza che nessuno si chieda quali segnali siano stati ignorati lungo la strada.

La salute mentale e la scuola sono due facce della stessa medaglia. Non si possono separare. Non si può parlare di prevenzione senza parlare di educazione. Non si può parlare di futuro senza parlare di giovani. E soprattutto non si può continuare a trattare entrambi come compartimenti stagni, emergenze da affrontare solo quando il danno è già fatto.

Il paradosso più grande, però, è culturale. Questo è un Paese che ha imparato a convivere con l’idea che la fragilità sia una colpa. Che se chiedi aiuto, sei debole. Che se dici di non farcela, stai esagerando. Che se un genitore non regge la pressione, “avrebbe dovuto pensarci prima”. Un Paese che chiede ai suoi insegnanti di essere psicologi, assistenti sociali, mediatori familiari, senza dargli né strumenti né formazione. Un Paese che parla di benessere mentale come se fosse un lusso da privati, non un diritto universale.

E intanto la politica continua a giocare di rimessa. Annunci, conferenze stampa, frasi fatte sulla centralità della scuola e della famiglia. Ma nessun piano serio, nessun investimento che cambi davvero le cose. Nessuna visione. Tutto è lasciato alla buona volontà, all’improvvisazione, alla speranza che “non succeda di nuovo”.

Ma succede di nuovo. Sempre. Succede nelle famiglie lasciate sole. Succede nelle classi dove un insegnante deve scegliere tra insegnare o ascoltare. Succede nei consultori chiusi, nei centri di salute mentale senza personale, nei pronto soccorso trasformati in camere di compensazione del disagio sociale. Succede nelle periferie dove i ragazzi non hanno alternative e nelle città dove la competizione sociale divora la serenità.

La verità è che questo Paese non può più permettersi di rimandare. Possiamo continuare a girare intorno ai problemi, possiamo ripeterci che manca il tempo, che mancano le risorse, che il disagio è troppo complesso per essere affrontato con una sola riforma ma questa è una scusa che non regge più. In realtà ciò che manca davvero è la volontà politica di guardare il disagio non come un fatto privato – “di quella famiglia”, “di quella madre”, “di quella scuola” – ma come un sintomo collettivo. Un campanello che riguarda tutti, nessuno escluso.

Serve una riforma profonda della salute mentale, una che non si limiti a correggere qua e là ciò che è rimasto della Legge Basaglia ma che abbia il coraggio di ripensare l’intero sistema alla luce di ciò che siamo diventati: un Paese attraversato da nuove forme di solitudine, precarietà, invisibilità e pressione emotiva. Serve una rete territoriale capillare, accessibile, con personale adeguato, capace di intercettare i segnali prima che esplodano. E serve con urgenza, perché ogni volta che diciamo “non ci sono fondi” stiamo implicitamente dicendo che la salute mentale vale meno di altre priorità politiche. Stiamo dicendo che un genitore fragile può aspettare, che un adolescente che implode può essere gestito domani, che una madre disperata è un incidente e non il frutto di un sistema trascurato.

Parallelamente, serve un ripensamento radicale della scuola pubblica, che oggi è stata trasformata in un’arena in cui si parla di “emergenza educativa” mentre si tagliano risorse agli istituti che accolgono tutti, davvero tutti. Perché è inutile continuare a invocare più attenzione ai giovani, più ascolto, più prevenzione, se poi i fondi finiscono altrove: nelle sperimentazioni d’élite, in modelli che non rispondono alle disuguaglianze ma anzi le amplificano. La scuola pubblica non ha solo bisogno di muri stretti e riscaldamenti funzionanti; ha bisogno di psicologi, pedagogisti, assistenti, figure specializzate che non siano “extra opzionali” ma parte integrante del percorso educativo. E ha bisogno che lo Stato smetta di trattarla come un peso da alleggerire per favorire chi ha già mezzi e possibilità.

Non possiamo continuare a vivere in un Paese che, da un lato, si strappa le vesti per episodi tragici legati alla fragilità psichica e dall’altro costruisce politiche che indeboliscono proprio i presidi fondamentali della prevenzione. Non possiamo chiedere agli insegnanti di essere sentinelle del disagio e poi lasciarli soli in classi sovraffollate. Non possiamo chiedere alle famiglie di essere perfette quando nel frattempo non garantiamo loro sostegno psicologico, servizi sociali, consulenze, centri di ascolto, spazi di respiro. Non possiamo indignarci per i bambini che muoiono e fingere che siano casi isolati quando, dietro ogni storia, c’è quasi sempre un percorso di richiesta d’aiuto rimasto inascoltato.

La domanda, allora, non dovrebbe essere “cosa ha fatto quella madre?”.
La domanda dovrebbe essere: “cosa non abbiamo fatto noi?”

Ed è qui che entra in gioco un’altra riflessione, forse la più scomoda: possiamo fare davvero qualcosa? La risposta è sì, ma non nella forma salvifica con cui spesso immaginiamo il cambiamento. Non si tratta solo di aspettare riforme – che pure servono, e servono ora – ma anche di modificare il nostro modo di guardare agli altri, ai più fragili, ai ragazzi che crescono dentro un mondo che li sovraccarica di aspettative e di paure. Possiamo scegliere di ascoltare di più, senza trasformare ogni problema in un giudizio morale. Possiamo riconoscere il valore del benessere emotivo e mentale come una componente della vita quotidiana e non come un lusso da ricchi. Possiamo riconoscere che la salute mentale non è un tabù, non è un’ombra, non è un segreto sporco da tenere chiuso tra le mura domestiche.

E possiamo farlo partendo proprio dai ragazzi: chiedendo loro come stanno davvero, mettendo in discussione l’idea che debbano correre, competere, accumulare risultati per essere considerati all’altezza. Possiamo creare spazi reali di confronto nelle scuole, sostenere gli insegnanti che provano a rompere la distanza, pretendere che ogni istituto abbia un presidio psicologico stabile, non una consulenza a tempo determinato. Possiamo educarli alla complessità, insegnare loro che la fragilità non è una vergogna ma una parte della vita, che chiedere aiuto è un atto di forza e non una resa.

Perché la verità è questa: non ci salverà un decreto, non ci salverà un titolo di giornale, non ci salverà una campagna di indignazione momentanea. Ci salverà la capacità collettiva di guardare davvero la fragilità, di accoglierla, di trasformarla in una responsabilità condivisa. Ci salverà l’idea che un Paese non è forte quando nasconde le sue debolezze ma quando decide di curarle. E allora sì, forse un giorno non leggeremo più storie come quella di quella madre, o almeno non con quella sensazione agghiacciante che siano vicende inevitabili. Perché inevitabili non lo sono. Non lo sono mai state.

Succedono perché abbiamo smesso di prenderci cura di chi non riesce a tenersi in piedi da solo. Succedono perché abbiamo preferito investire altrove, in priorità che promettono consenso immediato invece di costruire un futuro più umano. Succedono perché non abbiamo ancora capito che la salute mentale e l’educazione sono il cuore pulsante di qualsiasi società civile. Trascurarle significa trascurare noi stessi.

E allora, forse, sarebbe il momento di fermarsi davvero e di guardare questo Paese per ciò che è: stanco, disuguale, fragile, sì, ma ancora pieno di possibilità. Possibilità che non si accendono con una dichiarazione ma con una scelta politica precisa: mettere le persone – tutte, senza distinzione – al centro. Mettere i servizi prima dei proclami. Mettere la cura prima della retorica. Mettere i ragazzi, le famiglie, le scuole e la salute mentale al centro dell’agenda nazionale, non ai margini.

Perché un Paese che non sostiene chi cade è un Paese che alla lunga cade con loro.
E noi siamo ancora in tempo, se solo decidessimo di volerci vedere davvero.

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CARLA NAPOLITANO

Giurista, scrittrice. E' autrice ed appassionata narratrice del quotidiano capace di cogliere il lato insolito e a volte poetico della realtà. Con uno sguardo attento ed ironico esplora e narra con originalità gli aspetti più sorprendenti della vita di tutti i giorni.

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