Flotilla in viaggio verso Gaza. Un viaggio che si è snodato tra Creta, il Dodecaneso e la costa occidentale turca. Tra attacchi e sequestri di imbarcazioni, il caso Thiago Avila e Sayf, il rinnovato assalto alle nuove navi della Flotilla che continuano a salpare in modo spontaneo, ora dalla Turchia, e varie nuove componenti inquietanti, descritte in modo esauriente da Antonio Mazzeo.
Sullo sfondo resta una ONU che ormai sembra avere un solo dato storico certo: il fallimento totale dell’istituzione, se non la sua fine definitiva. Dagli ordini di liberare i sequestrati della Flotilla, mai attuati da Israele, all’incapacità di fermare o anche solo arginare tutta la politica portata avanti dal 10/7 a oggi su Gaza, fino all’attuale scenario legato all’Iran, emerge una totale apatia davanti a tutto.
Ci sono, ancora, le testimonianze sulle violazioni dei diritti umani fondamentali ai danni dei prigionieri della Flotilla da parte dell’IDF. C’è il territorio di Gaza, ormai controllato in larga parte dal governo Netanyahu. E, come contraltare, si registra la formazione di una nuova coscienza civica e politica nei Paesi occidentali riguardo alla questione Gaza-Israele.
Allo stesso tempo, però, cresce il sospetto di attacchi massivi di troll-bot e di bot legati a dinamiche di gaslighting digitale, con esasperazioni di hate speech improponibili sui maggiori social network, nel tentativo di screditare movimenti, iniziative e, naturalmente, la stessa Flotilla.
Ma che cosa aleggia, o meglio, che cosa è realmente presente su tutta questa vicenda? Dalla domanda di Danilo Gullotto, la risposta di Antonio Mazzeo restituisce un quadro fosco e preoccupante.
Gli interessi delle grandi aziende, dei trust e delle corporation occidentali in ambito militare si intrecciano con quelli delle piccole aziende specializzate in produzioni analoghe. Ne nasce un perverso circuito di interscambio commerciale “sporco”, legato al rifornimento di armi allo Stato israeliano.
E non soltanto nel settore degli armamenti classici, ma anche nelle nuove componenti del ventunesimo secolo. In primo luogo la cyber security, dove si mischiano transazioni per uso civile e operazioni di tipo bellico, in un intreccio sempre più difficile da distinguere e da separare.
Il panorama dei siti di produzione industriale non è affatto marginale: dalla provincia lombarda fino alla costa orientale siciliana, con soggetti ad alta visibilità mediatica come ENI tra i partecipanti.
Infine, resta il nodo più drammatico e difficile: la quasi impossibilità di organizzare e realizzare una reale opposizione, o un vero movimento di contrasto, al sistema dominante imposto dal governo israeliano. Antonio Mazzeo porta testimonianze dirette, da osservatore e testimone, sul sistema repressivo dello Stato di Israele davanti a ogni tentativo di manifestare e opporsi allo status quo.
Cariche di polizia a cavallo, manganellate, arresti, trattamenti violenti in carcere, comportamenti aggressivi e intimidatori contro chi tenta una strada diversa da quella imposta dall’alto governativo: sono le testimonianze di chi ha partecipato, di chi ha subito, di chi ha sentito sulla propria pelle il peso della repressione.
E, sopra ogni altra cosa, emerge l’ultimo elemento: il governo italiano e la sua totale indifferenza, o la sua manipolazione narrativa dei fatti, come nel caso della Flotilla.
Il risultato è l’abbandono quasi totale di ogni intervento e di ogni decisione riguardo agli avvenimenti che coinvolgono i componenti di Sumud/Freedom, dentro un mainstream informativo che sembra non voler più privilegiare il diritto reale degli utenti a essere informati.
Le dichiarazioni contraddittorie degli esponenti del governo americano sulle decisioni relative alla guerra con l’Iran, la commissione per condannare a morte i palestinesi ritenuti colpevoli dell’attentato del 10/7, le altre situazioni tutt’altro che concluse o pacificate del Medio Oriente, come la Siria e il Libano, invaso arbitrariamente da Israele senza rispettare alcuna regola del diritto internazionale, compongono un quadro di instabilità permanente.
E allora, davanti all’immagine simbolo della bandiera della Flotilla che veleggia verso questi luoghi, continuando ad avanzare nei suoi ideali nonostante tutto ciò che accade intorno, resta una domanda enorme, quasi sospesa sull’acqua come una ferita aperta.
È possibile, o sarà mai realizzabile, un Medio Oriente diverso? E quindi, di riflesso, un mondo diverso?





