C’è un filo rosso che unisce il genocidio palestinese, il conflitto in Ucraina, gli 800 miliardi di euro stanziati dall’Unione Europea per il riarmo, e tutte le guerre che infiammano il pianeta. Questo filo si chiama mercato delle armi.
Ogni prodotto industriale ha bisogno di uno sbocco commerciale. Per le industrie belliche, il mercato si chiama guerra. E non è un caso che il maggior produttore ed esportatore mondiale sia proprio gli Stati Uniti, attori centrali nella promozione di conflitti su scala globale.
In Occidente, i sistemi lobbistici sono in grado di influenzare pesantemente le scelte politiche, sia a livello nazionale che europeo. Così, anche l’idea stessa di pace diventa una minaccia per chi trae profitto dalla distruzione. La politica, asservita alla finanza, non è più in grado di svolgere un ruolo autonomo o etico.
Il problema dell’Occidente è tutto qui: una classe dirigente succube delle lobby economiche, incapace di concepire politiche orientate al bene comune.
Basta guardare la storia degli Stati Uniti per cogliere questa dinamica: nei loro oltre 200 anni di esistenza, sono stati in pace per non più di 15 anni.
Dalla Corea al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq, fino all’attuale conflitto in Ucraina, il punto non è mai stato il risultato delle guerre, ma il loro svolgimento. Serve consumare armi, non ottenere soluzioni. E se un pretesto non c’è, lo si costruisce. Come dimostrano le false prove di armi chimiche presentate all’ONU per giustificare l’invasione dell’Iraq.
Ma questa logica non si ferma al comparto militare. Riguarda anche l’energia, l’alimentazione, l’ambiente. Il consumo forzato, spesso slegato dai bisogni reali, guida ogni strategia economica. L’obiettivo è alimentare la macchina produttiva, non salvaguardare il Pianeta.
Intanto, una comunicazione controllata crea consenso e disinformazione, distorcendo la percezione collettiva e alimentando narrazioni utili al potere.
Siamo a un bivio. O si cambia logica sistemica, o andremo incontro a un collasso certo. Abbiamo gli strumenti per un’alternativa, ma serve consapevolezza, coraggio e una rottura netta con l’ideologia del profitto a ogni costo.
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