E se credete oraChe tutto sia come primaPerché avete votato ancoraLa sicurezza, la disciplinaConvinti di allontanareLa paura di cambiareVerremo ancora alle vostre porteE grideremo ancora più fortePer quanto voi vi crediate assoltiSiete per sempre coinvolti.
La canzone del maggio, Fabrizio De Andrè
Il 19 luglio, a Voi, non vi appartiene. Non ne siete degni. Ma continuate pure con la vostra oscena liturgia. Vi siete allenati per 34 anni. Continuate a depositare le vostre inutili corone (per il funerale della vostra putrida coscienza), continuate a farvi preparare i vostri vuoti discorsi, zeppi di retorica nazional-popolare e vomitevole. Continuate a scegliere la migliore inquadratura per le vostre facce di cazzo. A voi piace apparire. Viva, viva la Democrazia (non quella Cristiana, legata a doppio filo con queste storie, che ha lasciato il posto a Forza Italia).
Pronunciate il nome di Paolo Borsellino con la stessa boccaccia utilizzata durante il resto dell’anno per tacere, per minimizzare, per delegittimare, per offendere. Per continuare a depistare. Tanto la vergogna l’avete persa 34 anni fa.
Fate pure.
Voi siete gli intoccabili, i Giuda (usiamo lo stesso termine utilizzato dal magistrato Paolo Borsellino nei confronti di un suo collega del pool di Palermo) e i depositari dei segreti indicibili di uno Stato che si è formato su accordi e trattative.
La memoria senza verità è mera propaganda. E le commemorazioni di uno Stato (quello sporco, fradicio e melmoso), che non ha il coraggio di spiegare fino in fondo ciò che accadde il 19 luglio 1992, è soltanto una gigantesca e indecente messinscena.
Lo ribadiamo ancora una volta: il nostro dito è puntato nei confronti di chi non ha fatto e continua a non fare il proprio dovere.
Sono passati trentaquattro anni
Trentaquattro anni di processi, dichiarazioni, omissioni, carte scomparse, falsi collaboratori di giustizia, innocenti condannati, indagini deviate, depistaggi e responsabilità mai individuate.
Trentaquattro anni durante i quali l’Italia ha trasformato Paolo Borsellino in un’icona: un volto da appendere, una fotografia da mostrare durante le cerimonie, una frase da pubblicare sui social. Una borsa – il corpo del reato – da fotografare.
Per non parlare di ciò che il magistrato – fatto a pezzi in via d’Amelio – aveva capito nei suoi ultimi 57 giorni di vita.
Fate tutto questo – il circo dell’antimafia paroliera creata dai professionisti – per evitare le domande e le risposte sulla sparizione dell’Agenda Rossa. Per evitare di associare la parola “Stato” alla strage.
La strage di via D’Amelio
Alle 16:58 del 19 luglio 1992, una Fiat 126 imbottita di esplosivo cancellò un pezzo della Repubblica.
In via D’Amelio furono assassinati il magistrato Paolo Borsellino insieme ai suoi cinque agenti della scorta:
- Agostino Catalano;
- Emanuela Loi;
- Vincenzo Li Muli;
- Walter Eddie Cosina;
- Claudio Traina.
Servitori dello Stato mandati a morire. Tutto era stato deciso nei minimi particolari. Tutto era stato discusso. Tutto era stato pianificato. Quella strada chiusa non era stata protetta, nonostante le denunce degli uomini della scorta. Nonostante, 57 giorni prima, il tritolo avesse già massacrato Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Il copione era stato scritto e non potevate più tirarvi indietro.
Dopo Capaci, Borsellino sapeva di avere poco tempo. Lo aveva compreso. Lo aveva denunciato pubblicamente.
Continuò a lavorare, sentiva la morte camminargli accanto. Cercava di ricostruire il puzzle per capire il massacro del suo amico Falcone, ciò che stava accadendo tra Cosa nostra, pezzi della politica, apparati istituzionali, uomini dei servizi e rappresentanti dello Stato. Aveva capito tutto. Lo aveva scritto nella sua Agenda Rossa.
E arrivò l’esplosione.
Subito dopo arrivò lo Stato per il depistaggio, per portare via quell’Agenda. Da 34 anni uno strumento di ricatto.
“La scatola nera della strage”
L’Agenda Rossa non è l’ossessione di Salvatore Borsellino. È il buco nero della nostra storia repubblicana. Paolo Borsellino la portava sempre con sé. Annotava incontri, riflessioni, informazioni e intuizioni. L’agenda si trovava nella sua borsa anche quel maledetto pomeriggio del 19 luglio.
Possiate essere voi maledetti per l’eternità. Voi e le vostre brutte anime infernali.
La borsa venne recuperata (oggi chiusa in una teca, utile per i selfie parlamentari), ma l’Agenda Rossa scomparve. Non fu distrutta dall’esplosione. Prelevata da esponenti delle istituzioni di questo Paese orribilmente sporco. Per Salvatore Borsellino è la “scatola nera” della strage. In quelle pagine potrebbero essere contenute le ragioni dell’improvvisa accelerazione, i nomi di coloro che avevano interesse a uccidere il magistrato.
Chi temeva Paolo Borsellino?
Chi poteva muoversi indisturbato sulla scena di una strage appena consumata?
Chi ha custodito quel segreto per trentaquattro anni?
Chi continua a essere ricattato attraverso il contenuto di quelle pagine?
E subito dopo il massacro, come sempre, arriva la ricostruzione. Una gigantesca menzogna di Stato. Il “povero” Vincenzo Scarantino, piccolo criminale del quartiere Guadagna, viene trasformato nel protagonista principale di una storia che non poteva conoscere. Un altro copione scritto dalle “menti raffinatissime”.
Le sue false dichiarazioni verranno utilizzate per costruire processi farsa, indicare responsabili e condannare innocenti.
Il processo Borsellino quater ha smontato quella ricostruzione e ha fatto emergere uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Un depistaggio di Stato. Altro che mafia. Fate più schifo dei mafiosi.
Quanti uomini avete corrotto, quanti ordini sono stati dati, quante coperture sono state utilizzate? Quanti silenzi e quante protezioni?
Che cosa doveva essere nascosto?
E soprattutto:
Chi doveva essere protetto?
Una strage di mafia e di Stato
Limitarsi all’esecuzione mafiosa significa continuare a raccontare cazzate. Le mafie italiane hanno sempre costruito rapporti, accordi, hanno offerto servizi, raccolto voti, controllato territori, condizionato appalti e garantito carriere. Soprattutto politiche. Hanno sempre trattato con pezzi del potere politico, economico e istituzionale. Via d’Amelio non può essere ridotta alla vendetta feroce di Totò Riina contro un magistrato antimafia.
Il magistrato aveva scoperto che qualcuno stava dialogando con la mafia?
Aveva compreso il significato politico della strategia stragista?
Aveva raccolto informazioni capaci di coinvolgere uomini esterni a Cosa nostra?
Era diventato un ostacolo anche per qualcuno che indossava una divisa o frequentava i palazzi del potere?
Salvatore Borsellino: «Stanno tentando di riscrivere la storia»
Nella lunga intervista concessa a “30 minuti con…”, Salvatore Borsellino ha pronunciato parole che dovrebbero scuotere un Paese intero:
«Stanno tentando veramente di riscrivere la storia, di cancellare la storia».
Riscrivere la storia – come ha spiegato Salvatore – significa spezzare il filo che collega Portella della Ginestra, le bombe della strategia della tensione, le stragi del 1992 e del 1993, i rapporti tra mafie, apparati, politica e poteri economici. Trasformare ogni strage in un episodio isolato.
Secondo Salvatore Borsellino, via D’Amelio fu “soprattutto una strage di Stato”.
È l’accusa di un fratello che da trentaquattro anni chiede verità e giustizia.
34 anni di odiose commemorazioni
Ogni 19 luglio (come ogni 23 maggio) assistiamo alla solita litania. Le istituzioni commemorano un uomo delle Istituzioni massacrato dalle istituzioni (deviate) mentre cercava la verità su quelle istituzioni.
Personaggi totalmente inutili (non solo per la vita democratica del Paese) sparlano di legalità, sacrificio, coraggio e lotta alle mafie. Poi tornano nei Palazzi, dove la parola mafia diventa scomoda. Dove nemmeno la pronunciano quella parola.
Paolo Borsellino non è un santino
Paolo Borsellino non era un eroe. Era un magistrato che faceva semplicemente il proprio dovere, un uomo delle Istituzioni lasciato solo da vivo e trasformato in un santino dopo essere stato assassinato. Da vivo era scomodo. Da morto è diventato utile (alla loro causa): per i convegni sulla legalità, per “insegnare” ai ragazzi una versione addomesticata dell’antimafia: quella che celebra le vittime ma non disturba i responsabili.
La vera memoria pretende i nomi. Scassa il sistema. Rompe le complicità. Apre gli archivi. Elimina i segreti.
Individua le responsabilità politiche e istituzionali. La vera memoria chiede ai giovani di dubitare, di studiare, di contestare. Paolo Borsellino non appartiene alle istituzioni che lo hanno abbandonato. Appartiene a chi non ha smesso di cercare la verità.
Via d’Amelio appartiene ai familiari delle vittime, alle Agende Rosse, ai giovani, agli insegnanti, ai giornalisti liberi, ai magistrati onesti, ai testimoni di giustizia e a tutti coloro che non accettano la verità confezionata. Non servono bandiere di partito. Non servono ministri in cerca di visibilità. Non servono i professionisti dell’antimafia.
Serve una domanda collettiva, gridata davanti al Paese:
Chi aveva paura di Paolo Borsellino?
Dopo trentaquattro anni, ricordare non basta più. Commemorare non basta. Indignarsi per un giorno non basta.
Il debito con Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina si paga con la verità.
«Il nostro Paese è un Paese di giustizie incompiute, di verità occultate, di depistaggi di Stato e anche di stragi di Stato, come certamente ormai possiamo affermare sia stata la strage di via D’Amelio».
Abbiamo sentito il collega ed ex magistrato Ingroia, che ha vissuto anni accanto a Borsellino, per raccogliere la sua testimonianza nelle ore in cui tutti, anche coloro che dovrebbero nascondere la propria testa sotto la sabbia, nominano impunemente il nome di Paolo Borsellino, abbandonato in vita e santificato dopo la sua orrenda morte.
Voluta e cercata dai piani alti del Potere, che continuano a tenere nascosta la verità.
«Il nostro Paese non è riuscito a liberarsi del pesante condizionamento dei poteri criminali, che hanno influito, deviato e condizionato la storia del nostro Paese. Hanno pesantemente influito anche sulle scelte politico-istituzionali del nostro Paese, della politica e, purtroppo, talvolta anche della magistratura, almeno nei suoi vertici più alti».
Sulla morte di Paolo Borsellino, Ingroia ha indicato la sua strada, il possibile movente principale:
«Sono sempre più convinto che il principale motivo per cui Paolo Borsellino è stato ucciso sia stato che Borsellino venne percepito come ostacolo alla trattativa che lo Stato stava svolgendo con la mafia proprio in quei mesi. Paolo Borsellino non era uno stupido. Anche solo questa notizia, per Paolo Borsellino, significava ovviamente l’inizio di una trattativa. L’ultima cosa che avrebbe concepito e consentito era che si trattasse con la mafia, perché era un evidente segno di debolezza che avrebbe favorito la mafia, come purtroppo è accaduto. Noi nel tempo siamo arrivati vicini alla verità e poi la strada della verità ci è stata sbarrata dai vertici più alti dello Stato italiano di quel tempo».
Da sempre noi parliamo dell’uso distorto delle commemorazioni (non solo istituzionali). L’esercizio è utile se accompagnato dalla ferma volontà di smuovere le acque. Ma in questo Paese – tenuto da secoli in ostaggio – servono solo per apparire.
E per utilizzare il “santino di turno”, ovviamente per il proprio tornaconto. Per Ingroia:
«Le commemorazioni sono un modo per tradire la memoria di questi uomini. Questa sfilata di autorità, che poi nei loro armadi hanno gli scheletri peggiori che cercano di nascondere, fa finta di pulirsi la coscienza facendo dei selfie».






