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Di Matteo: «Forse quello che vuole il governo è indebolire la magistratura»

Le interviste del sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, rilasciate a Fanpage e Metropolis.

by Antonino Schilirò
1 Febbraio 2025
in Attualità
Reading Time: 6 mins read
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Nino Di Matteo, da decenni impegnato alla lotta alle mafie e per questo motivo da più di trent’anni sotto scorta. Qualche mese fa lo avevamo intervistato proprio sulle riforme della giustizia.

Adesso, viste le novità in maniera di riforme e del caso Almasri, è stato intervistato da Fanpage e Metropolis.

“I sostenitori della separazione delle carriere partono da presupposti falsi. Vogliono far credere che l’appartenenza del pubblico ministero e del giudice alla medesima corriera condiziona quest’ultimi nei processi. Questo assunto è smentito dai tanti casi in cui i giudici respingono le richieste dei pm, sia in sede cautelare che in sede dibattimentale.”

Inizia così il sostituto procuratore spiegando come le tesi di chi vuole la riforma della giustizia non siano fondate.
Poi elenca i dati del passaggio di carriere che avviene tra i magistrati in Italia:

“Un altro aspetto della riforma che è clamorosamente falso e viene strumentalizzato, è quello che mira a far credere che ci siano continui passaggi dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice e viceversa. Sono però i dati a smentire questo aspetto: negli ultimi tempi c’è stata una percentuale annua pari all’un per cento del passaggio da pm a giudice e addirittura dello 0,3 per cento nel caso contrario.

Così come non è corretto il ragionamento per cui la riforma assicurerebbe la parità tra pubblico ministero e difensore. Perché la parità tra pm e avvocato difensore per Costituzione deve essere assicurata solo all’interno del processo. Su un piano istituzionale non può esserci parità: perché l’avvocato è un privato professionista, vincolato dal solo mandato nei confronti del suo assistito e per questo è obbligato solo a cercare l’esito processuale più conveniente all’imputato. Mentre il pm, a differenza dell’avvocato, condivide con il giudice l’obbligo di ricercare la verità dei fatti. Questi ragionamenti quindi sulla separazione delle carriere sono falsi e strumentali. Bisogna chiedersi il perché di tanta volontà di portare avanti questa riforma.”

E solleva qualche dubbio sul perché si voglia cambiare una legge costituzionale quando, leggendo i dati, non sembra che ci sia la necessità.

Spiega il perché sembra che si voglia indebolire la magistratura, in una guerra lunga almeno 30 anni:

“C’è un disegno unico nelle riforme degli ultimi anni, che affonda le sue radici già durante i primi governi Berlusconi: mira a un ridimensionamento dei poteri di controllo sull’operato del governo. Durante la cerimonia dell’apertura del nuovo anno in Cassazione, il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Fabio Pinelli, di nomina parlamentare, ha detto che: ‘Quello giudiziario è un potere che si è espanso moltissimo negli ultimi cinquant’anni. Oggi siamo in una fase di riequilibrio che ha spinto la politica a toccare anche aspetti dell’architettura costituzionale‘. Si riferiva alla riforma sulla separazione delle carriere.

Questa affermazione sembra confermare che lo scopo della riforma è proprio quello di ridimensionare il ruolo della magistratura. Il pubblico ministero diventerà inevitabilmente una sorta di accusatore a tutti i costi sempre più vicino alle posizioni del governo, come fosse un suo avvocato. Chi vuole un pubblico ministero che dipenda dall’esecutivo di turno, ovvero chi comanda in quel momento nel Paese, non si rende conto che la separazione delle carriere è un pericolo per il cittadino, per i deboli, per le minoranze, per i dissidenti politici. Il pubblico ministero non sarebbe più un garante dei diritti, ma un accusatore a tutti i costi.”

Sulla pericolosità della riforma afferma:

“È molto pericolosa. Squilibra il sistema dei pesi e contrappesi previsto nella nostra Costituzione: se passasse, ci sarebbe un forte sbilanciamento perché si rafforzerà ulteriormente il potere dell’esecutivo. Ecco perché è una riforma pericolosa per il sistema democratico. Se si dovesse arrivare a un referendum, ma anche prima, è compito e dovere di noi magistrati spiegare quali sono le ragioni che ci preoccupano. Come cittadini ancor prima di magistrati.”

Sul pericolo nella lotta alle mafie spiega come inciderebbe la riforma e come diventa ancora più difficile perseguire i “colletti bianchi”:

“Se passasse la riforma sulla separazione delle carriere, per quanto riguarda le inchieste di mafia, io credo che non cambierebbe molto dal punto di vista della repressione di quella che possiamo definire ‘mafia militare’. Ma sicuramente, se avessimo un pubblico ministero vicino all’esecutivo, sarebbe difficile, se non impossibile, condurre tutte quelle inchieste che legano la mafia alle istituzioni, alla politica. Sarebbe veramente impensabile, in un sistema in cui il pubblico ministero non appartenesse alla stessa carriera del giudice, poter avere in futuro altri processi come quelli che si sono tenuti a Palermo nei confronti di Marcello Dell’Utri e di Giulio Andreotti. Così come nel caso del processo sulla Trattativa Stato-Mafia.

Ovvero qualsiasi processo che riguarda il rapporto più nascosto e insidioso tra mafia e potere. Forse è proprio questo che vuole il governo: indebolire la possibilità che la magistratura eserciti il controllo di legalità a 360 gradi anche nei confronti dei potenti.”

Sulla dedica della riforma a Berlusconi afferma:

“È nei fatti che la separazione delle carriere nella magistratura costituiva già fin dal 1994 un cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi. Prendo atto che il governo dedica questa riforma a un soggetto che è stato definitivamente condannato per reati gravi e che, nella sentenza definitiva su Dell’Utri, è stato riconosciuto come un imprenditore che per almeno vent’anni, e tramite la mediazione di Dell’Utri, ha rispettato un patto con le famiglie mafiose più importanti di Palermo che prevedeva protezione da parte loro in cambio di soldi versati da Berlusconi ogni sei mesi. In quella sentenza è stato ritenuto un finanziatore di Cosa Nostra. Oggi siamo arrivati al punto che il governo dedica questa riforma a lui.”

Sullo sciopero dei magistrati, al quale ha partecipato, ha le idee chiare:

“Credo che tutti noi magistrati che abbiamo giurato sulla Costituzione, abbiamo il dovere, sia prima che dopo lo sciopero, di spiegare ai cittadini il pericolo che questa riforma sulla separazione delle carriere porta con sé. Spero che tanti magistrati trovino il tempo e il coraggio di partecipare a dibattiti pubblici per far capire che le ragioni adottate da chi sta portando avanti la riforma sono strumentali. La separazione delle carriere all’interno della magistratura sarà sempre e solo a favore dell’esecutivo. Vorrei inoltre che venisse ricordata che quando il governo dice che questa riforma è a favore dei cittadini, nemmeno tre anni fa, nel 2022, il referendum abrogativo sulla separazione delle carriere tanto non interessò i cittadini che l’affluenza alle urne fu solo del 20 per cento. Già i cittadini avevano dimostrato di non considerare prioritaria questa riforma.”

Sullo scandalo Almasri ha affermato:

“Da uomo dello Stato ho sempre auspicato, forse sempre sognato, che quando membri delle istituzioni vengono sottoposti ad indagini si difendano nel processo e non dal processo mediante il ricorso e teorie del complotto e della cospirazione o mediante la denigrazione di inquirenti o di avvocati, come l’avvocato Li Gotti che ha presentato quella analitica e articolata denuncia. Io credo che soprattutto in questi casi gli uomini delle istituzioni, che come tutti i soggetti sottoposti ad indagine devono avere lo spazio per difendersi e devono difendersi nelle sedi proprie, nel processo. E non partendo all’attacco dei magistrati o dei soggetti che hanno presentato la denuncia e non evocando inesistenti cospirazioni che, tra l’altro, hanno la pura funzione, purtroppo radicata nel bostro paese, di delegittimare la magistratura e di delegittimarla soprattutto quando questa è chiamata al controllo della legalità dell’esercizio del potere. Il problema del cosiddetto scontro trentennale tra politica e magistratura credo sia stato prospettato in termini non esatti. Innanzitutto non è stato uno scontro di tutta la politica contro tuta la magistratura ma di parte significativa della politica, e purtroppo di parte della magistratura, contro quei magistrati che volevano e vogliono esercitare il controllo di legalità a 360°. E poi non c’è stata una contrapposizione reciproca, non è una guerra . Ma è stata un’offensiva unilaterale molto ben organizzata rispetto a trent’anni fa.

E’ cambiato qualcosa, nel senso che probabilmente oggi c’è una magistratura meno forte, che gode nel Paese di meno credibilità e meno autorevolezza anche per gli scandali che l’hanno travolta e che per fortuna sono venuti fuori. E probabilmente oggi c’è spazio per una voglia di rivalsa nei confronti della magistratura da parte del potere politico che però è pericolosissima perché finisce per modificare quell’equilibrio costituzionale che è fondato sulla separazione dei poteri. E che oggi, alcune riforme come la riforma costituzionale della separazione delle carriere, rischiano di mettere in pericolo. Ecco la pressione è forte come prima e più di prima ma probabilmente il momento di debolezza della magistratura apre proprio le porte a una vera e propria resa dei conti”.

foto Archivio WordNews.it

 

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Antonino Schilirò

Appassionato di politica e lotta alle mafie conduco, insieme al giornalista Giuseppe Notaro, la rubrica online sui social "Informazione Antimafia". Responsabile comunicazione dell'associazione Dioghenes Aps, con sede distaccata aperta a Maletto (CT). Inviato dell'emittente televisiva siciliana Telemistretta Collaboratore del giornale online della Generazione Z progressista.io

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