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Denise, ora i Cosco riscrivono la storia: «Carlo uccise Lea per salvarla»

Domenico Cosco, padre dell’ergastolano Carlo, accusa il programma di protezione e sostiene che Denise volesse riappropriarsi del cognome paterno. Nessuna domanda e nessuna spiegazione sui permessi concessi al figlio e sui suoi ritorni a Pagliarelle. Dopo la morte di Denise parlano tutti. E qualcuno prova persino a riscrivere i fatti.

by Paolo De Chiara
9 Ottobre 2026
in Il "Moscone", la rubrica del Direttore
Reading Time: 30 mins read
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Ora parlano tutti. Alcuni pure senza conoscere. Alcuni, come sempre accade, anche senza vergogna. Parlano dopo la morte di Denise Garofalo (altro che Cosco, come sostengono i Cosco). E’ lo stesso metro utilizzato anche per Lea. Molti soggetti straparlano soprattutto perchè sanno che a certe domande (e a certe stronzate) le due donne non potranno più rispondere.

Eccolo l’insopportabile Paese del giorno dopo: incapace di ascoltare i vivi, generosissimo nel raccontare i morti. 

Lo abbiamo denunciato nell’articolo Lea e Denise, il Paese che commemora i morti e abbandona i vivi.

Questa volta a parlare è Domenico Cosco, nonno paterno di Denise e padre di Carlo Cosco, condannato definitivamente all’ergastolo quale organizzatore ed esecutore (insieme ai suoi fratelli, a Rosario Curcio, a Massimo Sabatino e Carmine Venturino) dell’omicidio di Lea Garofalo (Milano, 24 novembre 2009).

Intervistato da Klaus Davi (una pessima intervista), Domenico Cosco, l’arzillo anziano – posizionato davanti a un caminetto acceso – racconta la sua stravagante versione: il riavvicinamento della nipote alla famiglia paterna, le visite a Pagliarelle, i rapporti ristabiliti con il padre, la richiesta di permessi per il figlio (non sono bastati i precedenti), la sua difesa bizzarra per una “famiglia lontana dal crimine” (con due figli condannati all’ergastolo, poi per fatti di droga, di usura e di violenza di ogni genere e responsabili di aver occupato uno stabile – viale Montello a Milano). E, soprattutto, la sua vergognosa versione sulla morte di Lea Garofalo, che riportiamo testualmente: “Quello che ha fatto il padre lo ha fatto per lei (Denise, nda). Il papà (l’animale, con tutto il rispetto per gli animali, Carlo Cosco, nda) non voleva che andasse dietro la madre (Lea Garofalo, nda). Ha sbagliato ad uccidere Lea. Però cosa vuoi… il motivo è questo. Mio figlio aveva paura perchè sua madre faceva la barbona”.

Ecco, è questo l’amore paterno verso un criminale mafioso assetato di potere e di sangue. 

Ma questo è anche un modo per capire come non si fa un’intervista.

“La rovina è stata la protezione”

Secondo Domenico Cosco, Denise sarebbe stata rovinata dal sistema di protezione:

“Questa ragazza è stata sotto protezione e le hanno cambiato il nome. La rovina sua è stata questa”.

Aggiunge che Denise avrebbe voluto uscire dal programma:

“Quando ha cominciato a crescere ha detto: Io non voglio stare più nella protezione. Io voglio il mio cognome”.

Troppo bello era quel cognome. Un cognome che ci ricorda il padre, i suoi affari, il suo “amore” verso Lea costruito per fare la scalata criminale all’interno della ‘ndrangheta. Un cognome associato alla morte. 

Per il padre dell’assassino condannato definitivamente al carcere a vita la colpa è dello Stato. 

I limiti del sistema sono stati denunciati da WordNews.it attraverso documenti e testimonianze dirette. Lo abbiamo scritto negli approfondimenti Denise, lo Stato conosceva il rischio: nel 2008 la Relazione denunciava solitudine, traumi e abbandono e Denise, lo Stato sapeva: nel 2014 l’Antimafia parlava di «traumi irreversibili» per i testimoni di giustizia.

Lo ha spiegato anche Angela Napoli nell’intervista «Lo Stato considera ancora i testimoni di giustizia un peso. Denise non doveva essere abbandonata».

Il sistema di protezione ha fallito per quanto riguarda la sua gestione. Ma quel fallimento non può essere criticato da chi ha un figlio come il Cosco (e i suoi fratelli, compreso la nuora Renata Plado). La storia non si cancella dopo anni di silenzio. I fatti non possono essere cambiati da un’intervista senza domande precise, serie e necessarie. 

“Io sono contro la ‘ndrangheta”, dice l’anziano calabrese, con suggeritrice al suo fianco (ma poco visibile). E noi, sforzandoci, vogliamo credere alle parole di Domenico Cosco (colpevole sicuramente di aver generato dei mostri). Quindi dovrebbe essere anche contro i suoi figli Carlo, Vito (e Giuseppe). Loro a chi appartengono? 

“I criminali erano dalla parte della madre di Denise – aggiunge il vecchio padre premuroso di difendere i suoi figli delinquenti –. I Cosco sono tutti lavoratori. Loro non sono mai cresciuti in un ambiente criminale. Hanno commesso dei reatini comuni”.

Reatini comuni? Uccidere a pugni una donna, poi soffocarla e bruciarla per tre giorni in un bidone è un reatino comune? Spacciare droga è un reatino comune? Uccidere – come denunciò Lea Garofalo – un certo Antonio Comberiati nel cortile di viale Montello a Milano è un reatino comune? Malmenare delle persone è un reatino comune? Trafficare armi è un reatino comune? Sequestrare delle persone è un reatino comune? Eliminare Floriano Garofalo – sempre secondo la testimonianza di Lea Garofalo – è un reatino comune? 

Sui criminali che stavano dall’altra parte noi abbiamo sempre preso posizione e lo abbiamo scritto e ribadito milioni di volte: il padre di Lea era un boss della ‘ndrangheta, il fratello era diventato più boss del padre. Entrambi uccisi da mafiosi rivali.

Ma i Cosco hanno ricercato l’ambiente criminale per i loro sporchi affari e per il potere. 

Domenico Cosco, probabilmente, alla sua età ha perso molta lucidità. Nello stesso tempo contestiamo anche il modo di intervistarlo, senza le necessarie domande che potevano, almeno, ribadire dei concetti che sono chiari e limpidi. E concreti. 

Quale cognome rivoleva Denise?

Domenico Cosco insiste sul cognome:

“Non voleva più chiamarsi Chiara Rossi. Voleva il suo cognome”.

Lo stesso cognome del padre mafioso contro il quale la ragazza testimoniò nel processo per l’assassinio della madre. Il cognome dell’uomo che Denise contribuì a far condannare. Un cognome che porta una macchia indelebile.

Denise, il coraggio di una figlia contro la ’ndrangheta.

Non esistono parole e interviste per riabilitare il padre. E il sistema di protezione non può essere l’unico responsabile. Il sistema ha fallito, è vero. Lo abbiamo scritto decine di volte. Ha abbandonato Lea e Denise, ha sottovalutato i traumi, ha cambiato nomi senza ricostruire vite e ha considerato concluso il proprio compito dopo i processi. Tematica affrontata anche dalla testimone di giustizia ed ex parlamentare Piera Aiello nell’intervista «Denise non è morta per mano della ’ndrangheta. È morta per mano dello Stato».

Ma quel fallimento non può certo essere utilizzato da chi dovrebbe vergognarsi a vita.

La sentenza definitiva, lo ricordiamo e lo ribadiamo con forza (in questo Paese strano), ha riconosciuto Carlo Cosco quale organizzatore dell’omicidio. La Cassazione ha confermato quattro ergastoli per Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino e la condanna a 25 anni per Carmine Venturino. E una assoluzione, in secondo grado (dopo l’ergastolo in primo) per Giuseppe Cosco, detto “Smith” (la marca della pistola).

Quello, ma non serve una sentenza per dimostrarlo, non fu un gesto compiuto “per salvare” Denise. Fu una carognata criminale – portata avanti da queste carogne – per difendere gli affari della ‘ndrina, soprattutto dopo le denunce di Lea (che in vita fu ritenuta poco attendibile, da tutti). 

Un piano criminale costruito a tavolino (e molte volte fallito) per eliminare fisicamente Lea Garofalo, la donna che aveva frantumato il secolare codice schifoso di questi vigliacchi che si fanno chiamare ‘ndranghetisti. Pagliacci, nemmeno adatti per spettacoli circensi. La storia di Lea e il fallimento delle istituzioni sono stati ricostruiti nell’articolo Lea Garofalo, la donna che lo Stato non seppe salvare: a Campobasso la ’ndrangheta provò a rapirla.

Raccontare l’omicidio di Lea come una decisione presa per proteggere Denise significa capovolgere la realtà. Si è persa ogni forma di vergogna. L’assassino viene trasformato nel padre premuroso e la madre assassinata è diventata la donna da sacrificare perchè “pericolosa” e “barbona”. Una riscrittura inaccettabile.

La strategia del riavvicinamento

WordNews.it ha ricostruito la strategia del riavvicinamento familiare nell’inchiesta Lea, Denise e Carlo Cosco: la strategia del “riavvicinamento”. Nel 2009 Carlo Cosco tornò a dialogare con Lea utilizzando come argomento il futuro scolastico di Denise. Si preoccupò – per attuare la sua strategia criminale – dell’appartamento di Campobasso, conosceva il problema della lavatrice e sapeva che la figlia avrebbe dovuto trovarsi a scuola la mattina del 5 maggio. In quella casa – in via Sant’Antonio Abate – entrò Massimo Sabatino, presentandosi come tecnico della lavatrice. Inviato per sequestrare Lea. Il piano fallì miseramente: Denise si trovava nell’abitazione e reagì all’aggressione.

Le impronte digitali del delinquente Sabatino e le intercettazioni ambientali in carcere contribuirono a ricostruire il ruolo di Sabatino e i rapporti con i Cosco. Le indagini coordinate dalla Procura di Campobasso, allora guidata dal Capo della DDA Armando D’Alterio (il PM del caso Siani, il giornalista precario del Mattino ammazzato dalla camorra), permisero di collegare il tentato sequestro di Campobasso alla successiva scomparsa di Lea.

Il magistrato ha ripercorso quei fatti nell’intervista Lea Garofalo e Giancarlo Siani, la verità che brucia ancora: Armando D’Alterio a WordNews.it.

Nel novembre del 2009 la trappola venne preparata, dopo un fallimento a Firenze, nuovamente a Milano. Carlo, poco magno ma molto mafioso, attirò la figlia sapendo che Lea l’avrebbe accompagnata. Diversi furono i piani, tutti falliti. Tranne l’ultimo. Lo “scudo” venne separato dalla madre. Denise raggiunse alcuni parenti (proprio in viale Montello) e Lea rimase sola con Carlo Cosco (e con altri cinque vigliacchi). Per l’ultima volta. 

Ecco perché il successivo riavvicinamento tra Denise e il padre doveva essere seguito con attenzione. 

Angela Napoli lo ha ricordato con parole nette:

“La mafia non perdona e la ’ndrangheta, in particolare, non dimentica”.

Denise era stata condannata a morte

Domenico Cosco racconta che la nipote voleva riavvicinarsi al padre. Ma nell’intervista non viene ricordato un passaggio emerso nel processo di secondo grado. Nel 2013 Carmine Venturino, l’ex fidanzatino di Denise e componente del gruppo coinvolto nell’omicidio di Lea, pronunciò parole che oggi non possono essere dimenticate:

“Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco”.

WordNews.it ha riproposto quelle dichiarazioni nell’articolo «Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco»: tornano di drammatica attualità le parole di Carmine Venturino.

I permessi di Carlo Cosco scompaiono magicamente dal racconto

Domenico Cosco chiede perché suo figlio non possa ottenere un permesso:

“Ha fatto diciotto anni, poi sei anni di buona condotta sono ventiquattro. Come mai non gli vogliono dare un permesso? Sono passati tanti anni: perché non glielo danno?”.

Carlo Cosco ha già usufruito di permessi. WordNews.it ha documentato i suoi rientri a Pagliarelle, l’accoglienza ricevuta e l’incontro avvenuto sul territorio con un altro esponente della famiglia Cosco.

Lo abbiamo raccontato in:

  • Il ritorno della bestia Carlo Cosco
  • Carlo Cosco: la bestia si sta riorganizzando sul territorio?
  • La rabbiosa reazione dei Cosco
  • Carlo Cosco, l’ergastolano parlante: «Non fate demagogia pietosa»
  • La bestia Carlo Cosco, mafioso-assassino-ergastolano, è nuovamente rientrata al paesello
  • Ergastolo e permessi: gli assassini saranno liberi “tra poco”?

Perché nell’intervista non si ricorda che Carlo Cosco è già tornato nel proprio territorio?

Con quali permessi?

Perché non si parla dell’accoglienza ricevuta al paese?

Anche Vito Cosco, fratello di Carlo e condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lea, ha usufruito di permessi. Angela Napoli ha posto pubblicamente la questione, chiedendo quali valutazioni vengano compiute prima di concedere benefici a uomini condannati per delitti di questa gravità.

Chi è ancora in carcere

  • Rosario Curcio, condannato all’ergastolo, è morto in carcere nel 2023 in un caso indicato come suicidio;
  • Carmine Venturino, condannato a 25 anni dopo la collaborazione e l’indicazione del luogo nel quale erano stati nascosti i resti di Lea, sta proseguendo l’espiazione della pena in detenzione domiciliare;
  • Carlo e Vito Cosco, ergastolani, hanno ottenuto diversi permessi;
  • Massimo Sabatino è l’unico continua a scontare l’ergastolo?

Venturino consentì di ritrovare in un tombino di San Fruttuoso (in provincia di Monza) 2.810 frammenti ossei carbonizzati e la collana di Lea. Fu la sua collaborazione a smentire la prima ricostruzione secondo cui il corpo sarebbe stato sciolto nell’acido.

Oggi la sua ex legale, Claudia Conidi, lo descrive come una persona realmente pentita e profondamente provata dalla morte di Denise. La sua testimonianza è contenuta nell’intervista Claudia Conidi: «La morte di Denise è un fallimento dello Stato».

Il ritorno di Rosario Curcio e il silenzio sulle minacce

Quando Rosario Curcio morì, il suo corpo rientrò al paesello calabrese circondato da una festosa accoglienza pubblica. Vennero affissi manifesti funebri con il nome del sindaco e dell’amministrazione comunale. Al funerale parteciparono rappresentanti istituzionali. Un’assessora si dimise dopo la pubblicazione di alcune immagini. WordNews.it pubblicò il video della cerimonia, pose domande alle autorità e ricevette offese e minacce.

Oggi le stesse persone hanno partecipato alla fiaccolata in ricordo di Denise.

Quella vicenda è stata raccontata attraverso numerosi articoli:

  • Omicidio Lea Garofalo: i festosi funerali per l’ergastolano Curcio
  • Manifesti funebri per il massacratore di Lea Garofalo, Angela Napoli: «Sono indignata»
  • Il video del funerale di Curcio, l’ergastolano condannato per la distruzione del cadavere di Lea
  • Funerali Curcio: non potevano mancare le inutili minacce
  • Funerale del mafioso Curcio: restiamo in attesa delle risposte del vicesindaco di Petilia
  • Funerali del mafioso Curcio, per la Prefettura i manifesti sono stati «inopportuni»

La risposta del Viminale arrivò soltanto anni dopo.

Lo abbiamo ricostruito nell’articolo Tre anni dopo, una risposta che lava tutto? Il caso dei manifesti per Rosario Curcio.

Perché oggi si raccontano i rapporti familiari di Denise senza ricordare questo contesto?

Nessuna parola per Marisa Garofalo

Domenico Cosco racconta che la famiglia paterna non sarebbe stata informata dell’agonia e della morte di Denise.

Ma Marisa Garofalo, sorella di Lea e zia materna di Denise, non venne avvisata né dell’agonia né della morte della nipote. WordNews.it lo ha denunciato nell’articolo Marisa, la sorella di Lea Garofalo, non sapeva che sua nipote Denise stava morendo. Chi doveva chiamarla?

La confusione sull’ultimo saluto è stata ricostruita anche nell’approfondimento Denise Garofalo non trova pace: funerali annullati nel silenzio, chi sta decidendo sul suo corpo?

Le nostre domande

Domenico Cosco parla oggi. Anche Carlo Cosco, secondo quanto afferma il padre, vorrebbe rilasciare un’intervista e raccontare la propria “verità”. La “celebrità” del crimine ha bisogno del suo palcoscenico.

Tutti hanno il diritto di parlare. E noi abbiamo il dovere di porre domande.

  • Perché Domenico Cosco sostiene che il figlio avrebbe ucciso Lea “per salvare” Denise?
  • Da quale pericolo avrebbe dovuto salvarla: dalla madre che sacrificò tutto per proteggerla?
  • Perché non ricorda che Carlo Cosco è stato condannato all’ergastolo e privato della responsabilità genitoriale?
  • Perché domanda un permesso per il figlio senza ricordare quelli già concessi?
  • Perché non parla dei ritorni di Carlo a Pagliarelle?
  • Perché non spiega quale rapporto il figlio mantenesse con Denise, con quale frequenza e attraverso quali strumenti?
  • Che cosa contengono le lettere che, secondo il nonno, Denise avrebbe inviato al padre?
  • Quando iniziarono realmente le telefonate e le videochiamate?
  • Carlo Cosco parlò con Denise nei giorni precedenti la sua morte?
  • Perché si continua a colpire il programma di protezione senza ricordare chi rese quella protezione necessaria?

Questo giornale denuncia le varie responsabilità da anni, senza aspettare le commemorazioni, le fiaccolate o le dichiarazioni del giorno dopo. 

L’intervistatore ha chiesto con insistenza di poter intervistare Carlo Cosco in carcere. Anche noi siamo disponibili, dopo due libri e migliaia di articoli e interviste che raccontano questa storia maledetta (dopo la morte di Lea Garofalo si sono registrati già tre suicidi), ad intervistare il criminale Carlo Cosco, ma con le carte alla mano e, soprattutto, con domande calzanti (per evitare di registrare le tante cazzate già raccolte).


AVVISO IMPORTANTE: nessun componente di questa redazione ha mai pensato e mai penserà al “suicidio”. Lo diciamo per ribadire le nostre intenzioni. Siamo e resteremo sempre combattivi.

A futura memoria. 



Archivio WordNews.it: Denise Cosco, Lea Garofalo e testimoni di giustizia

La vicenda di Denise Cosco

  • 6 ottobre 2026 – Giuseppe Grasso: «Dal Servizio centrale siamo stati trattati malissimo»
  • 5 ottobre 2026 – Il gigante dai piedi d’argilla: perché il Servizio Centrale di Protezione è diventato un incubo burocratico
  • 4 ottobre 2026 – Claudia Conidi Ridola: «La morte di Denise è un fallimento dello Stato»
  • 3 ottobre 2026 – Lettera aperta di Antonio Tenuta: «Lo Stato doveva proteggerci, invece ci ha distrutto la vita»
  • 2 ottobre 2026 – Premio nazionale Lea Garofalo 2026: a Padula la memoria di Lea e Denise incontra il coraggio di Joe Petrosino
  • 1° ottobre 2026 – Enzo Guarnera: «Il suicidio di Denise è la conseguenza della solitudine e dell’abbandono dello Stato»
  • 30 settembre 2026 – Antonio Tenuta: «Sto pensando seriamente al suicidio». L’allarme dell’ex testimone di giustizia
  • 29 settembre 2026 – Francesco Paolo: «Lo Stato si dimentica di noi, la camorra e la malavita no»
  • 28 settembre 2026 – «Siamo un peso per lo Stato»: la drammatica denuncia di un testimone di giustizia contro le istituzioni
  • 27 settembre 2026 – Piera Aiello: «Denise non è morta per mano della ’ndrangheta. È morta per mano dello Stato»
  • 26 settembre 2026 – Ignazio Cutrò: «Se Denise si è tolta la vita, è un suicidio di Stato»
  • 25 settembre 2026 – Denise Garofalo non trova pace: funerali annullati nel silenzio, chi sta decidendo sul suo corpo?
  • 25 settembre 2026 – Antonino Candela: «Noi testimoni di giustizia usati nei processi e poi dimenticati»
  • 24 settembre 2026 – Sonia Alfano: «Nutro seri dubbi che Denise si sia suicidata»
  • 23 settembre 2026 – Lea, Denise e Carlo Cosco: la strategia del “riavvicinamento”
  • 22 settembre 2026 – Denise, lo Stato sotto accusa: Ascari interroga il Governo sui testimoni di giustizia
  • 21 settembre 2026 – Denise, perdona loro: non sanno quel che fanno e quel che dicono
  • 20 settembre 2026 – Lea e Denise, Lumia: «L’antimafia è ancora quella del giorno dopo»
  • 19 settembre 2026 – Denise, lo Stato conosceva il rischio: nel 2008 la Relazione denunciava solitudine, traumi e abbandono
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  • 18 settembre 2026 – Angela Napoli: «Lo Stato considera ancora i testimoni di giustizia un peso. Denise non doveva essere abbandonata»
  • 17 settembre 2026 – Denise, figlia di Lea Garofalo, è morta. Suicidio?
  • 17 settembre 2026 – Lea e Denise, il Paese che commemora i morti e abbandona i vivi
  • 16 settembre 2026 – Denise, l’ombra del silenzio e il prezzo del coraggio
  • 16 settembre 2026 – Denise, lo Stato sapeva: nel 2014 l’Antimafia parlava di «traumi irreversibili»
  • 15 settembre 2026 – Denise Cosco, l’accusa al sistema politico-istituzionale: «Solo responsabilità morale?»
  • 15 settembre 2026 – Denise, Lea Garofalo e i testimoni di giustizia abbandonati da un Paese senza memoria
  • 14 settembre 2026 – Marisa, la sorella di Lea Garofalo, non sapeva che sua nipote Denise stava morendo. Chi doveva chiamarla?
  • 13 settembre 2026 – Lea e Denise, la memoria contro il silenzio: tutti gli articoli di WordNews.it
  • 12 settembre 2026 – Denise Cosco, il dolore di Dioghenes APS: «Ha portato il peso del coraggio di sua madre Lea»
  • 12 settembre 2026 – L’inchiostro degli ipocriti: tutti ricordano Denise, pochi l’hanno difesa quando era viva
  • 11 settembre 2026 – Denise, il cordoglio dell’Associazione Joe Petrosino
  • 11 settembre 2026 – «Dovevamo ammazzare anche Denise Cosco»: le parole di Carmine Venturino
  • 10 settembre 2026 – Denise, il coraggio di una figlia contro la ’ndrangheta
  • 10 settembre 2026 – Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
  • 23 novembre 2022 – Lettera a Denise 2
  • 22 novembre 2022 – Lettera a Denise

Articoli su Lea Garofalo

  • 6 luglio 2026 – “Donna del Sud”, la canzone per Lea Garofalo: quando la musica diventa memoria e denuncia
  • 5 maggio 2026 – Lea Garofalo e Giancarlo Siani, la verità che brucia ancora: Armando D’Alterio a WordNews.it
  • 5 maggio 2026 – Lea Garofalo, la donna che lo Stato non seppe salvare
  • 4 maggio 2026 – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: questa sera su WordNews.it la verità torna al centro
  • 3 maggio 2026 – Lea Garofalo e Giancarlo Siani: WordNews.it ospita Armando D’Alterio
  • 24 aprile 2026 – Lea Garofalo non è una bandiera da sventolare
  • 27 febbraio 2026 – Lea Garofalo, il coraggio che la mafia non è riuscita a distruggere
  • 26 febbraio 2026 – Due funerali, due Stati: a Torino lo stop al rito di potere, a Petilia lo Stato lasciò sfilare la vergogna
  • 10 febbraio 2026 – Tre anni dopo, una risposta che lava tutto? Il caso dei manifesti per Rosario Curcio
  • 10 gennaio 2026 – Ergastolo e permessi: Lea Garofalo è morta due volte
  • 9 dicembre 2025 – “Io sono Lea”: il monologo di Paolo De Chiara squarcia il silenzio
  • 8 dicembre 2025 – Marisa Garofalo al Cimitero Monumentale: «La vera condanna la scontiamo noi»
  • 6 dicembre 2025 – Quando una donna rompe il silenzio, lo Stato deve esserci
  • 4 dicembre 2025 – Marisa Garofalo rompe il silenzio: la verità negata su Lea
  • 3 dicembre 2025 – «Se Lea Garofalo è morta è perché qualcosa non ha funzionato»
  • 24 novembre 2025 – Marisa Garofalo: «Non c’è stata giustizia per mia sorella»
  • 24 novembre 2025 – In memoria di Lea Garofalo: il giardino della vergogna
  • 24 novembre 2025 – Una fimmina calabrese: così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta
  • 21 novembre 2025 – Minacce alla stampa: Dioghenes APS ammessa come parte civile nel processo a Elisa Curcio
  • 19 novembre 2025 – Lea Garofalo, il coraggio che non muore
  • 5 settembre 2025 – Lea Garofalo e il coraggio dimenticato e ritrovato
  • 31 luglio 2025 – Lea Garofalo due volte uccisa: insegna abbandonata e silenzio sui manifesti per Curcio
  • 17 luglio 2025 – “Una fimmina calabrese”: la storia di Lea Garofalo nell’intervista a Paolo De Chiara
  • 21 maggio 2025 – Lea Garofalo tradita due volte: la denuncia di sua sorella Marisa
  • 18 maggio 2025 – 30 minuti con Marisa Garofalo: la voce di Lea, la memoria che resiste
  • 15 maggio 2025 – Marisa Garofalo a “30 minuti con WordNews.it”
  • 15 maggio 2025 – Curcio, funerali tra applausi e minacce: a processo chi ha minacciato
  • 22 marzo 2025 – “Una fimmina calabrese” a Palmi
  • 20 marzo 2025 – Paolo De Chiara a Stalettì: due incontri su Lea Garofalo
  • 19 marzo 2025 – Lea Garofalo e la sfida alla ’ndrangheta

Il caso Rosario Curcio, i manifesti e i funerali

  • 2 settembre 2023 – Funerali del mafioso Curcio, la nota del Comitato
  • 21 agosto 2023 – Per la Prefettura i manifesti sono stati “inopportuni”
  • 19 agosto 2023 – Traina: «Il prefetto deve intervenire»
  • 18 agosto 2023 – Luana Ilardo: «Un gesto penoso»
  • 17 agosto 2023 – Don Algemiro: «Una persona che uccide va contro Dio»
  • 15 agosto 2023 – Ravidà: «Il Comune di Petilia Policastro deve essere commissariato»
  • 11 agosto 2023 – Fico: «Chi ha partecipato deve dimettersi»
  • 10 agosto 2023 – L’ODG Molise: «Una volgare aggressione per WordNews.it»
  • 8 agosto 2023 – «Vi dovevate dimettere già da tempo»
  • 7 agosto 2023 – «Hanno combinato un pasticcio»
  • 6 agosto 2023 – Salvatore Borsellino: «C’è soltanto da vomitare»
  • 5 agosto 2023 – Pino Cassata: «Un cattivo esempio per i giovani»
  • 4 agosto 2023 – Funerali Curcio: non potevano mancare le inutili minacce
  • 3 agosto 2023 – Il caso in Parlamento
  • 31 luglio 2023 – In attesa delle risposte del vicesindaco di Petilia
  • 30 luglio 2023 – Era presente anche il vicesindaco di Petilia?
  • 29 luglio 2023 – Gennaro Ciliberto: «Un segnale di potenza»
  • 28 luglio 2023 – Le reazioni dopo le dimissioni dell’assessora Berardi
  • 27 luglio 2023 – Il sindaco: «Una enorme bufera mediatica»
  • 27 luglio 2023 – Funerali Curcio: è caduta la prima testa
  • 26 luglio 2023 – Brugnano: «Se il sindaco non vuole dimettersi, rimuova l’assessora»
  • 23 luglio 2023 – Il caso approda in Consiglio comunale
  • 22 luglio 2023 – Piera Aiello: «Vergognatevi e andatevene a casa»
  • 21 luglio 2023 – E se Curcio non si fosse suicidato?
  • 20 luglio 2023 – Stefania Ascari: «Presenterò un’interrogazione parlamentare»
  • 19 luglio 2023 – Parla il prete che ha celebrato il funerale
  • 17 luglio 2023 – Angela Napoli: «Sono indignata»
  • 16 luglio 2023 – Il video del funerale di Curcio
  • 14 luglio 2023 – Dopo la tempesta arrivano le scuse del sindaco
  • 13 luglio 2023 – Omicidio Lea Garofalo: i festosi funerali per l’ergastolano Curcio
  • 3 luglio 2023 – Dopo il suicidio di Curcio parla l’ex legale
  • 30 giugno 2023 – Si è impiccato in carcere l’ergastolano Rosario Curcio
  • 30 giugno 2023 – Il filo rosso che collega gli infarti e i suicidi

  • 25 novembre 2023 – In morte di Lea, 14 anni dopo
  • 5 maggio 2023 – Lea Garofalo: 14 anni fa il tentato sequestro di Campobasso
  • 7 aprile 2023 – Marisa Garofalo denuncia la serie The Good Mothers
  • 3 febbraio 2023 – “Una fimmina calabrese”: così Lea Garofalo sfidò la ’ndrangheta
  • 5 dicembre 2022 – A Lea
  • 4 dicembre 2022 – Gli occhi dell’innocenza
  • 3 dicembre 2022 – Il silenzio urla il tuo nome, Lea
  • 27 novembre 2022 – Lettera a Lea
  • 24 novembre 2022 – Una canzone sulla storia di Lea
  • 12 novembre 2022 – Lea Garofalo, 13 anni dopo
  • 11 novembre 2022 – Lea Garofalo è viva
  • 2 ottobre 2022 – Scempio a Pagliarelle: colpita la pietra dedicata a Lea
  • 6 settembre 2022 – Carlo Cosco, l’ergastolano parlante
  • 24 luglio 2022 – La rabbiosa reazione dei Cosco
  • 22 luglio 2022 – Carlo Cosco, la “bestia”, si sta riorganizzando sul territorio
  • 16 luglio 2022 – Il ritorno della “bestia” Carlo Cosco
  • 24 novembre 2021 – Per non dimenticare la “fimmina calabrese”
  • 19 novembre 2021 – Lea Garofalo, il coraggio di dire no
  • 29 settembre 2021 – Lea Garofalo fa ancora paura
  • 5 maggio 2021 – Lea Garofalo, 5 maggio 2009: il tentato sequestro
  • 24 novembre 2020 – Lea Garofalo, la testimone abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ’ndrangheta
  • 23 novembre 2020 – Lea Garofalo è una testimone di giustizia
  • 22 novembre 2020 – Il grido d’aiuto inascoltato di Lea Garofalo
  • 5 maggio 2020 – Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili
  • 8 marzo 2020 – Lea, in vita, non è stata mai creduta
  • 13 gennaio 2020 – Lea Garofalo, il prete che nega l’evidenza

Testimoni di giustizia: inchieste e interviste 

  • 6 ottobre 2026 – Giuseppe Grasso: «Dal Servizio centrale siamo stati trattati malissimo»
  • 5 ottobre 2026 – Il gigante dai piedi d’argilla
  • 4 ottobre 2026 – Claudia Conidi Ridola: «La morte di Denise è un fallimento dello Stato»
  • 3 ottobre 2026 – Lettera aperta di Antonio Tenuta
  • 1° ottobre 2026 – Enzo Guarnera: «Il suicidio di Denise è la conseguenza dell’abbandono dello Stato»
  • 30 settembre 2026 – Antonio Tenuta: «Sto pensando seriamente al suicidio»
  • 29 settembre 2026 – Francesco Paolo: «Lo Stato si dimentica di noi»
  • 28 settembre 2026 – «Siamo un peso per lo Stato»
  • 27 settembre 2026 – Piera Aiello: «Denise è morta per mano dello Stato»
  • 26 settembre 2026 – Ignazio Cutrò: «È un suicidio di Stato»
  • 25 settembre 2026 – Antonino Candela: «Usati nei processi e poi dimenticati»
  • 22 settembre 2026 – «15 anni di calvario e il silenzio dello Stato»
  • 13 settembre 2026 – La lettera aperta di Gennaro Ciliberto ai vertici dello Stato
  • 20 luglio 2026 – Gennaro Ciliberto scrive a Giorgia Meloni
  • 15 giugno 2026 – «Presidente Meloni, viva una sola settimana come noi»
  • 1° giugno 2026 – Collaboratore di giustizia: «Ho perso tutto, lo Stato mi ha lasciato solo»
  • 31 maggio 2026 – Guarnera: «La politica non vuole andare fino in fondo»
  • 29 maggio 2026 – Testimoni di giustizia abbandonati: la lettera aperta che accusa il Governo

  • 4 ottobre 2025 – Testimoni di giustizia: dallo Stato “protettore” allo Stato che volta lo sguardo
  • 30 settembre 2025 – Testimoni di giustizia: voci che sfidano il silenzio
  • 18 settembre 2025 – 39 articoli, zero risposte
  • 8 settembre 2025 – Trentasette articoli, zero risposte
  • 7 settembre 2025 – Ricordate quasi tutti, dimenticate i vivi
  • 6 settembre 2025 – Zero risposte: Stato di diritto?
  • 5 settembre 2025 – Permessi premio ai boss, testimoni invisibili
  • 4 settembre 2025 – “Parole d’onore”, fatti che latitano
  • 2 settembre 2025 – Trenta articoli, zero risposte
  • 1° settembre 2025 – Parlano di legalità, tacciono sui Testimoni
  • 31 agosto 2025 – WordNews.it attende risposte: basta silenzi
  • 30 agosto 2025 – Località protette o “poli fittizi”?
  • 29 agosto 2025 – Protezione a colabrodo
  • 28 agosto 2025 – La nostra battaglia sui Testimoni di Giustizia
  • 27 agosto 2025 – Eppur si muove: si sbloccano alcune capitalizzazioni
  • 27 agosto 2025 – Antimafia, silenzio assordante
  • 26 agosto 2025 – «Seguire i fatti», presidente Colosimo
  • 25 agosto 2025 – Trenta giorni, un paio di telefonate: la legge 6/2018 tradita
  • 24 agosto 2025 – Il silenzio delle istituzioni e l’arroganza del “sistema protezione”
  • 24 agosto 2025 – Sconfiggere le mafie con i tappi alle orecchie?
  • 23 agosto 2025 – Programma di protezione al capolinea?
  • 23 agosto 2025 – «Abbiamo più paura del Servizio centrale che delle mafie»
  • 22 agosto 2025 – Stato di diritto? Allora applicate la legge
  • 22 agosto 2025 – «Se lo Stato non è in grado di proteggere i Testimoni, chiuda baracca e burattini»
  • 21 agosto 2025 – Testimoni di giustizia: cosa dice la legge n. 6/2018
  • 20 agosto 2025 – Non chiamatelo “programma di protezione”
  • 19 agosto 2025 – Antimafia muta, diritti calpestati: le nostre venti domande
  • 17 agosto 2025 – «Noi abbiamo paura di questo Governo»
  • 15 agosto 2025 – Il Ferragosto dei testimoni di giustizia
  • 14 agosto 2025 – Testimoni di giustizia: ecco come lo Stato li dimentica
  • 13 agosto 2025 – In Parlamento il caso Ciliberto
  • 9 agosto 2025 – Verini: «Sostenere Gennaro Ciliberto e tutti i testimoni»
  • 8 agosto 2025 – La legge impone l’audizione entro trenta giorni
  • 7 agosto 2025 – Testimoni ignorati, umiliati e intimiditi
  • 26 luglio 2025 – Il martirio di Luigi Coppola

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La deriva del PD: Schlein, il riarmo e la crisi del campo progressista

Paolo De Chiara

FONDATORE e DIRETTORE WordNews.it - direttore@wordnews.it Giornalista Professionista, iscritto all’OdG Molise. Scrittore e sceneggiatore italiano. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole. LIBRI: - Nel 2012 ha pubblicato «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta» (Falco Ed., Cosenza); - nel 2013 «Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici» (Falco Ed., Cosenza, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’ 2014); - nel 2014 «Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie» (Perrone Ed., Roma); - nel 2018 «Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta» (nuova versione aggiornata, Treditre Ed.); - nel 2019 «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano» (Romanzi Italiani, finalista del Premio Internazionale “Michelangelo Buonarrori”, 2019). Dal romanzo «Io ho denunciato», nel settembre del 2019, è stato tratto un corto e un medio-metraggio (CinemaSet, vincitore Premio Legalità, Fiumicino 2019). È autore del soggetto e della sceneggiatura del corto e del medio-metraggio «Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano», 2019 (Premio Starlight international Cinema Award, 77^ Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2020). - nel 2022 «UNA FIMMINA CALABRESE» (Bonfirraro Editore). - nel 2023 «UNA VITA CONTRO LA CAMORRA» (Bonfirraro Editore). - Ha collaborato con CANAL+ per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014. Premio "Giorgio Mazzanti", San Salvo, 31 luglio 2025. Premio giornalistico letterario "Piersanti Mattarella", Roma, 30 novembre 2024. Premio Adriatico, «Un mare che unisce», Giornalista molisano dell’anno, Guardiagrele (Chieti), dicembre 2019. Premio Valarioti-Impastato, Rosarno (RC), maggio 2022. Premio Carlo Alberto Dalla Chiesa, San Pietro Apostolo (Catanzaro), agosto 2022. FONDATORE e PRESIDENTE di Dioghenes APS - Associazione Antimafie e Antiusura (dioghenesaps.it) - Ideatore, nel 2022, del Premio nazionale Lea Garofalo (giunto alla IV edizione). - Ideatore, nel 2025, del Premio nazionale Letterario e Giornalistico Pier Paolo Pasolini - www.dioghenesaps.com -- paolodechiara.blog

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