VERGOGNA. Marisa Garofalo non conosceva l’ospedale (San Camillo di Roma) dove è arrivata d’urgenza sua nipote Denise. Non è stata informata del gesto estremo. Non ha ricevuto una telefonata durante i quattro giorni di agonia. Non ha saputo nulla della morte di Denise. Lo ha appreso da una telefonata di un giornalista che aveva letto l’esclusiva di Avvenire. La comunicazione ufficiale dei carabinieri è arrivata solo nel pomeriggio del 10 settembre.
Possibile che nessuno abbia cercato la sorella di Lea, la zia materna di Denise, per consentirle almeno di sapere, di raggiungere l’ospedale e di chiedere di stare accanto alla nipote?
Una telefonata mai arrivata
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato la morte di Denise e abbiamo posto una domanda che continua a pesare: possiamo chiamarlo soltanto suicidio?
Denise Garofalo aveva 35 anni. Aveva vissuto sotto protezione, cambiato identità e testimoniato contro suo padre Carlo Cosco. Ha passato quasi metà della sua vita nel programma di protezione, conosciuto insieme a sua madre Lea (dal 2002 al 2009): verranno prima cacciate, poi riammesse dopo un ricorso perso al Tar e uno vinto al Consiglio di Stato. Usciranno, insieme, da quel programma perchè Lea – in vita – non è stata creduta da nessuno. Ed era, quindi, stanca di non essere creduta, di fare la fame, di nascondersi e di essere maltrattata. Denise, dopo il massacro del 24 novembre 2009 (Lea verrà divisa da sua figlia e portata in un’abitazione di piazza Prealpi a Milano, dove verrà ammazzata e strangolata e il suo corpo senza vita verrà trasportato a San Fruttuoso in provincia di Monza per essere distrutto con il fuoco) ha, poi, continuato a vivere nel programma per il suo impegno – fu lei a puntare il dito contro suo padre, i suoi parenti, il suo ex fidanzatino e gli altri complici – nel processo agli assassini di sua madre. Sei ergastoli in primo grado; quattro ergastoli, una pena a 25 anni di carcere per Venturino il suo ex fidanzatino e una assoluzione per Giuseppe, detto Smith (il fratello di quella bestia di suo padre).
Denise viveva ad Ariccia, a pochi chilometri da Roma, con il suo compagno. A poca distanza dai suoi suoceri e dal suo bambino. Negli ultimi anni aveva anche riallacciato i rapporti con suo padre.
Lo scorso 10 settembre è arrivato il gesto estremo.
E per Marisa, la sorella di Lea Garofalo (insieme a sua madre Santina, la nonna di Denise, testimonieranno contro i Cosco e si costituiranno come parte civile), nessuna telefonata, nessuna comunicazione. Nessun contatto. Soltanto il silenzio. Vergognoso.
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Chi aveva il dovere di avvisare Marisa Garofalo?
Per rispondere a questa domanda occorre sapere: chi è stato avvisato? chi ha avvisato la stampa? chi disponeva dei riferimenti dei suoi familiari? è stato compiuto un tentativo per rintracciare Marisa? esisteva una volontà espressa da Denise di non contattare la zia? se questa volontà esisteva, dove e quando era stata manifestata?
Noi sappiamo che da almeno quattro anni Denise non aveva più rapporti con sua zia. Però i rapporti erano ripresi con il padre. Denise era uscita dal programma di protezione. E non possiamo sostenere che spettasse al Servizio centrale di protezione avvertire Marisa.
Lo Stato (le istituzioni che lo rappresentano) – che continua a non tutelare i testimoni di giustizia – ha fatto tutto il possibile per tutelare Denise? Con sua madre lo Stato ha fallito, insieme alle Associazioni, alla Chiesa e a tutti coloro che continuano ad utilizzare l’antimafia (di facciata) per sciacquettarsi la coscienza.
Nel 2014 la Commissione parlamentare antimafia discusse apertamente dei “traumi irreversibili” provocati dallo sradicamento dei testimoni di giustizia e della difficoltà di riconquistare una vita autonoma dopo la protezione. In quella stessa sede Lea Garofalo venne indicata come una donna che avrebbe avuto bisogno di essere riconosciuta, protetta e accompagnata. È tutto scritto nel resocondo ufficiale della Commissione parlamentare Antimafia.
Oggi Lea Garofalo (e lo ripeteremo all’infinito) rientra tra i collaboratori di giustizia. Nessuno ha fatto nulla per cambiare il suo status. Lea Garofalo era una testimone di giustizia.
Dal 2009 – precisamente dal 24 novembre (giorno del massacro della fimmina calabrese) – nulla è cambiato.
La storia di Lea non ha insegnato nulla a nessuno. Ha solo riempito le tante bocche di molti pappagalli dell’ultima ora.
E per Denise in tutti questi anni cosa è cambiato?
Anche per i funerali di Lea la sorella apprese tutto da internet
In un’intervista del 2015 Marisa Garofalo raccontò di aver appreso da internet dell’organizzazione dei funerali civili di Lea a Milano. Marisa non riuscì nemmeno ad avvicinarsi alla bara di sua sorella. Le fu impedito. Ora vogliamo conoscere il motivo di quella vergognosa esclusione.
Come è possibile che la sorella di una vittima di ’ndrangheta venga a conoscenza attraverso il web dei funerali della propria congiunta? Chi decise tempi e modalità? Chi stabilì chi bisognava coinvolgere e chi non bisognava coinvolgere? Perché Marisa non venne contattata direttamente?
Oggi la storia si ripete in una forma ancora più dolorosa.
Prima Lea. Ora Denise.
Le indagini sulla morte di Denise
Il PM Domenico Vicario della Procura di Velletri (gestita dal Procuratore Carlo Vizzani) ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio e sta svolgendo gli accertamenti sugli ultimi giorni della giovane donna. Dopo l’autopsia, è stata sequestrata l’abitazione di Ariccia, insieme a due cellulari. Nelle prossime ore sarà ascoltato anche il compagno che – probabilmente – si trovava in casa al momento della tragedia.
La giustizia farà sicuramente il suo corso, ma accanto alla verità giudiziaria esiste una responsabilità istituzionale e politica che non può essere archiviata e taciuta.
Denise è morta a 35 anni. Possiamo chiamarlo soltanto suicidio?

La storia di Lea Garofalo non si è conclusa il 24 novembre 2009. È proseguita nella battaglia di Denise Cosco, nei processi, nelle condanne, nei permessi concessi agli assassini, nel ritorno di Carlo Cosco, nella morte di Rosario Curcio, nei funerali pubblici celebrati a Petilia Policastro e nelle domande rimaste senza risposta.
Ecco il dossier di WordNews.it, ordinato dal contributo più recente.
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